3.10.16

La proposta green della Svezia: chi ripara e ricicla pagherà meno tasse - Repubblica.it

La proposta green della Svezia: chi ripara e ricicla pagherà meno tasse - Repubblica.it

La proposta green della Svezia: chi ripara e ricicla pagherà meno tasse

La proposta green della Svezia: chi ripara e ricicla pagherà meno tasse
"FAI prima a prendertene uno nuovo". Alzi la mano chi non lo ha pensato mai pensato tenendo nelle mani un oggetto rotto, che si tratti di un paio di scarpe o di un frullatore. Questo concetto, quello di consumare anziché riciclare e riparare, è tutto ciò contro cui si batterà la Svezia nei prossimi mesi. Una battaglia per l'ambiente che si basa su una proposta semplice: i cittadini che impareranno a riciclare pagheranno meno tasse.

Se si pensa a vent'anni fa, quando nel 1996 la svedesissima Ikea produceva pubblicità in cui invitava a ""Chuck Out Your Chintz", buttare via tutto e riarredare la casa con i loro prodotti, è un cambio totale di visione.

In autunno a Stoccolma sarà infatti discussa una proposta di legge, su iniziativa dei Verdi e i socialdemocratici, fondata sull'idea di tagliare le tasse e l'Iva a coloro che tendono a riciclare, il tutto da affiancare all'imposizione di una ''chemical tax'' per coprire i costi di smaltimento dei prodotti danneggiati o che vengono abbandonati.

''Se vogliamo risolvere i problemi di sostenibilità ambientale dobbiamo lavorare sui consumi'' spiega Per Bolund, ministro delle Finanze. L'idea del governo svedese è quella di spingere i cittadini a riciclare sempre, sistemare oggetti che vanno dalle biciclette alle scarpe, dalle lavatrici ai forni, frigoriferi, lavastoviglie o altri elettrodomestici, anziché consumare. La proposta, presentata in bilancio è quella di tagliare l'aliquota Iva dal 25% al 12% sulle piccole riparazioni (come per cicli, vestiti, scarpe) in modo da ridurre i rifiuti e proteggere maggiormente l'ambiente. A questa si affianca la possibilità di chiedere una sorta di rimborso sulle tasse del costo del lavoro per le riparazioni. Oltre ai cittadini, secondo il ministro svedese, a guadagnarci sarà anche l'industria delle riparazioni che creerà nuovi posti di lavoro e occupazioni destinate anche agli immigrati che spesso non hanno titoli di studio per intraprendere altre professioni. Il governo intende investire circa 4,5 milioni di euro per supportare l'iniziativa che sarà accompagnata da pubblicità e campagne promozionali. Fra le stime dell'esecutivo il taglio delle imposte sulle riparazioni dovrebbe costare circa 48milioni di euro, mentre la chemical tax potrà generare introiti per 210 milioni di euro l'anno.

La svolta ''green'' della Svezia non è certo una novità. Da anni gli scandinavi si battono per ridurre rifiuti ed emissioni inquinati e dal 1990 è già stato tagliato il 23% delle emissioni. Il futuro, per gli svedesi, sono le energie rinnovabili. ''Rinnovare'' è infatti la parola chiave da affiancare al riciclo: nel 2015 sono state recuperate 58mila tonnellate di elettrodomestici, circa sei chilogrammi per residente.

Come ha ricordato Bolund la nuova sfida è dunque contro i consumi. "Le emissioni provenienti dalla Svezia che influenzano il clima sono in diminuzione, ma le emissioni da consumo sono in aumento. Oggi i consumatori sono attivi nel cambiamento dell'impatto ambientale e acquistano più alimenti biologici o danno valore all'economia della condivisione, quella circolare del riciclo. Dobbiamo spingere su questo".

Sulla stessa linea di idee lo scorso anno la Francia ha approvato una legge che richiede ai produttori di etichettare i prodotti con informazioni sulla disponibilità dei pezzi di ricambio. Ma ancora sembra non essere sufficiente per dare nuova linfa al mercato delle riparazioni. Per questo la Svezia ha pensato direttamente a degli incentivi per i cittadini. ''Se non cambiamo gli incentivi economici il cambiamento non arriverà mai'' chiosa Bolund.

2.10.16

CITTÀ CAR-FREE, ECCO I LUOGHI PIÙ GREEN DEL MONDO

CITTÀ CAR-FREE, ECCO I LUOGHI PIÙ GREEN DEL MONDO

Città car-free, ecco i luoghi più green del mondo

26/09/2016 – Per scelta o per necessità, ci sono città dove gli spostamenti avvengono senza auto. A guadagnarne è la qualità dell'aria e il benessere collettivo. Ma l'obiettivo car-free non è di immediata realizzazione. Richiede mezzi pubblici, piste ciclabili e una attenta pianificazione.
 
Ecco una carrellata di grandi città e borghi in cui le auto stanno scomparendo.
 

Pontevedra – Spagna

È un comune di circa 83mila abitanti, che da quindici anni ha detto basta alle automobili. I veicoli possono circolare solo in piccolissime aree della città e ad una velocità tra i 20 e i 30 km/h. A disposizione dei cittadini ci sono piste ciclabili, spazi verdi che hanno sostituito parcheggi e marciapiedi e le App Metrominuto e Pasominuto, che consentono di calcolare i tempi di percorrenza a piedi. Le scelte sono state premiate nel 2013 con il premio europeo Intermodes, nel 2014 con il premio internazionale "Onu-Habitat" e nel 2015 con il premio internazionale di eccellenza urbana del Center for Active Design a New York.

 

Vauban – Germania

La cittadina, alla periferia di Friburgo, dal 2006 ha vietato l'uso delle auto. Un tram porta al centro della città e se c'è necessità di una automobile i cittadini usano veicoli in car sharing.

 

Chamois - Valle d'Aosta

Conosciuta anche come "perla delle Alpi", questo paesino è raggiungibile solo in funivia con un viaggio di 5 minuti. Per preservare la tranquillità e le caratteristiche del territorio, non esistono strade asfaltate. Lo smaltimento dei rifiuti urbani avviene tramite una teleferica parallela alla funivia.

 

Monte Isola - Lombardia

Questo Comune è un'isola nel Lago d'Iseo. È collegata con traghetti, ma una volta sbarcati ci si può muovere solo a piedi, in bicicletta o in autobus. Sono ammessi solo gli scooter dei residenti.

 

Mackinac Island - USA

Si trova nella contea del Mackinac, nelle Isole Mackinac e Round ed è un paesino di 500 abitanti. Dal 1898 è stata proibita la diffusione delle auto a motore per contrastare l'inquinamento acustico e atmosferico. Possono circolare solo veicoli a motore di emergenza. Ci si muove a piedi, in bicicletta e con carrozze trainate da cavalli.

 

Louvain-la-Neuve – Belgio

È una città universitaria a 30 km da Bruxelles. Ha iniziato a chiudere il centro al traffico delle auto, ma poi la zona pedonale si è estesa sempre di più confinando le auto in parcheggi sempre più periferici.

 

Civita di Bagnoregio, Viterbo – Lazio

Detta anche "la città che muore", si trova nella Valle dei Calanchi tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere, nel comune di Bagnoregio. Isolata per i progressivi fenomeni di erosione della collina, che rischiano di farla scomparire, la città è raggiungibile solo attraverso un ponte pedonale in cemento armato, che in determinati orari è aperto anche a cicli e motocicli.

 

Se queste città hanno già raggiunto l'obiettivo car-free, ci sono altre realtà che si stanno organizzando per il futuro.
 

Helsinki – Finlandia

Potrebbe diventare car free dal 2024. I cittadini avranno a disposizione una App per decidere quale mezzo pubblico usare.


Oslo – Norvegia

La città vuole chiudere il centro cittadino alle auto dal 2019 e si è prefissata di vietare la vendita di auto a benzina e gasolio entro il 2025. Una eccezione sarà fatta per i disabili e i mezzi di soccorso.

 

Amburgo – Germania

Rinuncerà all'auto entro vent'anni. Almeno questo è l'obiettivo del Green Network Plan. Al momento sono in corso lavori per unire tutti i punti della città con percorsi pedonali e piste ciclabili.

 

Why less-visited Ferrara is as fabulous as Florence | Travel | The Guardian

Why less-visited Ferrara is as fabulous as Florence | Travel | The Guardian

Why less-visited Ferrara is as fabulous as Florence

San Giorgio cathedral in Ferrara, Italy

The first problem I had when I started writing a novel set in a 16th-century convent in Ferrara was that my spellchecker kept trying to turn the city into a car. It was one of many realisations that this history-rich place on the banks of the River Po is one of Italy's hidden treasures.

We'll get inside the convent later - first, Ferrara itself. I arrived there early one summer morning on a train from Florence. My walk to Florence station had been an obstacle course of cars and crocodile files of sweating tourists so busy adjusting their commentary earphones that they barely managed to lift their eyes to see what particular Renaissance wonder the guide was instructing them to appreciate.

An hour and a half later, hopping on a bus from Ferrara station, which is situated outside the massive, crumbling medieval walls, I found myself in a well-nigh perfectly preserved medieval and Renaissance city, with barely a car or a tourist to be seen and with a prevailing soundtrack of bells - the bass ones coming from the churches and the upper register from the hundreds of bicycles that are the lifeline of transport for the modern Ferrarese.

For those with the time and energy to travel outside the accepted tourist trail of Florence, Venice and Rome, north-east Italy is a goldmine. Padua, Verona and Mantua are each treasures in their way, but for my money Ferrara is the best of them all. An energetic, aggressive city state until the Papal States gobbled it up in 1597, it was run for centuries by the d'Este clan, who started out as barely concealed thugs but morphed into sophisticated Renaissance patrons, with an eye for town planning and an ear for fabulous music. The buildings you can still see; the music takes a bit more imagining.

A great boulevard divides the medieval quarter from the Renaissance side, conceived and built in the early 16th century by Duke Ercole d'Este. In the Renaissance city all is space and dignity: parks, palazzi and grand houses. In the medieval quarter the humble Ferrarese brick (one of the many wonders of this city is that much of it is built from warm brick rather than the colder glory of marble or stone) lights up a criss-cross of tiny jumbled roads, packed with churches, cloisters, old palaces and ordinary houses. The variety and ingenuity of their arches, windows and grilles are worth a small slideshow of photos in their own right.

In the middle of the divide stands the outrageous d'Este castle: half palace, half fortress, even down to its surrounding moat. Inside, under baroque sweetness lies a history of naked power. It was here, in 1425, in the marital bedchamber and the dungeons, that Niccolò d'Este had his second wife and her lover - his own son, Ugo - murdered for an alleged affair. This venting of medieval righteous anger is perhaps understandable until you learn that he himself boasted of sleeping with 800 women and that the chroniclers of the time talked of how, "left and right of the river Po, everywhere there are children by Niccolò".

Luckily, visitors to Ferrara can now find safer places to rest their heads. Writers, of course, travel on pathetic budgets, but one can still nose out a little style. Suite Duomo on Corso Porta Reno is slap-bang in the middle of town: if you ask nicely they will give you a room with a view of the cathedral facade and you can breakfast on a terrace that overlooks the grand piazza in front. On my second day I woke to find the market in full swing, as it would have been for centuries. Amazingly, the grand cathedral had shops built into its side, and while the majority of the cheap clothes on sale now may come from China, the vegetables, meats and cheeses still roll in from the surrounding countryside.

How you spend the rest of your days (and I would recommend at least a long weekend) will depend on whether your taste leans towards ostentatious art or more humble secret architecture. By my third visit, the writer in me was already in a convent in my head, so I no longer had any time for the splendid decadence of the Palazzo Schifanoia - its name roughly translates as "avoiding boredom" - with its salon of frescoes by 15th-century Ferrarese masters depicting peasants and gods at work and at play (I leave you to guess which are doing what).

Instead, I was sticking my nose inside churches and cloisters. Casa Romeo is a beautifully restored 14th-century merchant's house that once abutted an old convent, its central courtyard silent and serene. An equally perfect and even sweeter example of medieval cloister architecture is to be found at the entrance to the cathedral museum, right in the middle of the city's most thriving modern thoroughfare. Opposite is a popular local wine bar where the quality of the wine is as high as the prices are low. Somewhere off that same street I found a great secondhand clothes shop (had I had one or two fewer glasses of wine I might have remembered the exact address, but at least it gives the visitor something to aim for), where I bought a leather jacket so fine I am considering being buried in it.

Which brings me to the churches. And the convents. Five hundred years ago, Ferrara, like all other Italian cities, was so nervous about female sexuality that as soon as respectable women reached the age of menstruation they were either married off or - more likely, given how expensive dowries were by this time - incarcerated in convents. "Christ is the only son-in-law who doesn't cause me any trouble," wrote the great Ferrarese Renaissance patron Isabella d'Este, after walling up two of her own daughters for safety.

But while no one can deny the appalling unfairness of the practice, it was not all terrible. Sisters, nieces, aunts and cousins within a family would all have been nuns - and, bearing in mind the forced marriages, abusive husbands, lack of birth control and death toll from childbirth outside the walls, convents could be sanctuaries as well as prisons. Those nuns with fine voices could use them daily (convent choirs were a source of great glory to a city like Ferrara); others played instruments and even in some cases composed music or wrote plays. The more you dig, the more a portrait emerges of small republics of women with their own dramatic ebb and flow of power.

Most Italian convents were disbanded after Napoleon invaded but among the glories of Ferrara two working ones still exist, both of them rich in history. Corpus Domini is famous both for its visionary 15th-century nun and for the tomb of the infamous Lucrezia Borgia, who married into the Ferrarese royal family in 1502 and produced a crop of heirs.

The other, Sant'Antonio in Polesine, on which I based my novel Sacred Hearts, is even more special. Originally a thriving Benedictine convent for noblewomen, it now sits serene and secluded at the edge of the city wall, home to just 17 elderly nuns.

Like the nuns of Corpus Domini they are enclosed, but if you visit between certain hours and ring the bell, a sister will talk to you through the grille, then crack open the door and guide you to the inner chapel, the walls of which are filled with wonderful, delicate frescoes from the time of Giotto.

Later you can sit in the outer church and listen while those 17 nuns sing public vespers on the other side of the altar grille. Their ageing voices are cracked and desperately sad compared with the great choir that would have enthralled the city's dignitaries 500 years ago, but like so much in Ferrara, the experience is a reminder of the unexpected delights that this jewel of a city has to offer the more intrepid tourist.

Essentials

Ryanair (ryanair.com) flies from Edinburgh, Birmingham and Stansted to Bologna, 35 miles from Ferrara. Suite Duomo (00 39 0532 793888; suiteduomo.it) has doubles from €80. The Monastero di San Antonio in Polesine (leabbazie.it/emilia_romagna/ferrara) is open from 3.15pm-5pm on weekdays. The Monastero di Corpus Domini is currently closed for restoration but check the website above for opening hours. Further tourist information from ferraraterraeacqua.it.

1.10.16

C’è ancora vita in quei borghi dimenticati - Repubblica.it

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati - Repubblica.it

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati
C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Villaggio Asproni, Sardegna: abbandonato nella seconda metà del 1900. Oggi alcune case sono usati dai pastori per ospitare i loro animali

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Brondino, Piemonte: l'ultimo abitante di questo paese è morto una ventina di anni fa

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Villaggio Righi, Sardegna: un minatore all'interno di una casa del villaggio, abbandonato dopo la chiusura della miniera negli anni '80

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Amendolea, Calabria: abandonato nel 1956
 

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Monterano, Lazio: abbandonato nel 1799

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Monteruga, Puglia: costruito durante il regime fascista, fu completamente abbandonato negli anni '80

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati
Miniera di Montevecchio, Sardegna: chiusa nel 1991
C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Isola di Carbonera, laguna veneta: abbandonata dopo gli anni '60

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Craco, Basilicata- l'abbandono è cominciato nel 1963 dopo una frana che ne ha distrutto una parte. Il paese si è svuotato completamente nel 1981

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Pentedattilo, Calabria: abbandonato negli anni '60

C'è ancora vita in quei borghi dimenticati

Poggioreale, in Sicilia, abbandonato dopo il terremoto del Belice del 1968
 


L'abbandono in fondo è un dono. Al fondo della parola abbandono c'è la parola dono, e il dono è sempre qualcosa che rivela parti di te. In effetti, può essere un regalo, l'abbandono. Il regalo di una seconda possibilità, che capita quando non te l'aspetti e credi che sia la fine, solo un lungo inarrestabile declino, un disfacimento che avrà per capolinea l'oblio. Accade per le persone e accade per le cose, accade per i paesaggi e per le case. Vengono abbandonate — per mille ragioni, anche più che ragionevoli, per comodità, inquietudine, sfinimento — così che sembra non ci sia più futuro per loro. Nemmeno più presente, in verità. Se scatti una fotografia in quel momento, pare buona solo per una lapide e un rimpianto, per una nostalgia: oh, che struggente bellezza, che romantica rovina, che venustà! Oh, come è grandiosa la natura che inghiotte l'opera fragile dell'uomo! E invece, ecco lo scarto. Un occhio attento sa vedere che dentro l'immagine c'è il respiro. Fievole, ma c'è. E dice che quel luogo è pronto a rinascere, a essere di nuovo accogliente, a ospitare voci, passi, illusioni, sonni, destini. Basta essere capaci di ripensarlo.
Prendete i borghi, le abitazioni, le strade, gli accrocchi di tetti e pareti, finestre e colonnati, archi, balconi e natura che vedete in queste immagini. Prendeteli come il riassunto di quel patrimonio diffuso e sfiorito che s'incontra girando l'Italia, se solo imboccate una via traversa, o lanciate uno sguardo oltre gli orizzonti alla moda, o vi spingete al di là degli itinerari più battuti e sfruttati. Sono luoghi che restituiscono un'eredità spirituale, qualcosa di paterno e materno.
Offrono l'immagine della loro anima. Sgualciti e slabbrati come sono, ridotti all'osso, all'essenziale, consentono allo sguardo educato e complice di coglierla oltre lo struggimento e la bellezza. In essi si rivela qualcosa che è spazio e tempo insieme. Che è storia, non solo geografia. E infatti, dalle singole pietre affiorano avanzi di storie, tracce di umanità che spingono per una nuova esistenza. Quando accade, si dice che i luoghi ritornano alla vita. Non è vero: sono sempre stati vivi, erano solo sprofondati nel sonno. Per risvegliarsi, devono cambiare. Cambiando, ritrovano il senso del loro stare al mondo. In una società in cui è passata l'idea del "tutto si butta e nulla si riaggiusta" — tanto passata che forse sta tramontando — ; in una società in cui è più facile, più economico, abbattere e ricostruire, questi luoghi suggeriscono che si può e si deve ristrutturare. Si può e si deve rammendare il passato con il futuro, riadattandoli entrambi al presente, cogliendo il nuovo spirito del tempo.
Non più consumo, ma riutilizzo. Non semplice recupero, ma riqualificazione. Non sono destinati a essere testimoni di ciò che abbiamo alle spalle, ma scheletro, fondamenta, architettura di ciò che vorremo diventare. Rinascono con vite e identità insospettabili, quando una collettività, reinventando la forma paese, se ne riappropria. Quando li riabilita e li riabita trasformandoli in alberghi diffusi, progetti culturali e sociali, filiere bio, isole d'arte, gallerie en plein air. In eredità, loro portano la nostra memoria.

 

26.9.16

Sportivo fai-da-te? Meglio evitare. Come scegliere l'attività giusta - Repubblica.it

Sportivo fai-da-te? Meglio evitare. Come scegliere l'attività giusta - Repubblica.it

Sportivo fai-da-te? Meglio evitare. Come scegliere l'attività giusta

CHE SPORTIVI gli italiani! O almeno così sembrerebbe visto che il paese è tra i primi 5 in Europa per numero di palestre, con oltre 6.500 strutture censite, e 4,2 milioni iscritti nei circoli e il fatto che molti di loro non hanno più 20 anni. Così cresce la domanda di attività mirate come il functional training per migliorare le attività di vita quotidiana e il medical fitness, per chi deve curare una qualche patologia, insieme ad attività più dolci come yoga e pilates. Attività per tutti quelli che hanno compiuto 50 anni e in palestra non vanno più con gli scalda-muscoli, ma per stare bene. Portandosi dietro i loro malanni. Il che non esclude attività più classiche come l'amato calcetto o il tennis, ma certamente sono più mirate a correggere piccoli e grandi problemi. Vediamo come seguendo le indicazioni dell'American college of sports medicine (Acsm), la più estesa organizzazione di medici sportivi Usa.

Ansia e depressione
L'attività fisica seda l'ansia e rasserena con effetti paragonabili alla meditazione o all'assunzione di farmaci. Che scegliere? Sforzi intensi e prolungati, cioè attività di tipo aerobico come le sessioni collettive di balli, step e spinning, oltre a tapis roulant e cyclette . Poi esercizi per migliorare l'equilibrio e la flessibilità muscolare, inclusi tai chi, yoga, pesi. Chi prende farmaci deve però sapere che alcuni possono dare affaticamento, sonnolenza, modificare il senso dell'equilibrio e accentuare la disidratazione, perciò è bene chiedere consiglio al medico.

Colesterolo
Dieta e attività fisica abbassano i livelli dei lipidi 'cattivi' del sangue. Quale sport scegliere? Dipende dal tipo di grassi in eccesso: per abbassare il colesterolo LDL arrivare a 250 ai 300 minuti di attività a settimana per bruciare almeno 2.000 calorie, i livelli caleranno dal 5 all'8% in 12-16 settimane. Per il colesterolo HDL ci vuole un allenamento di tipo aerobico, di intensità non vigorosa. I trigliceridi calano velocemente durante l'attività fisica per poi risalire nelle 48 ore successive. Per ridurli ci si deve allenare ogni giorno, iniziando con 10/15 minuti e arrivando a 35-40 minuti consecutivi.

LEGGI Come scegliere lo sport giusto per i più piccoli

Ipertensione
L'esercizio abbassa il rischio del 50% e può ridurre la quantità necessaria di farmaci antipertensivi. È bene mixare attività di tipo aerobico (arrivare a 30 minuti ogni giorno di tapis roulant camminando a passo svelto, oppure cyclette o nuoto) e di resistenza (stimolando i larghi fasci muscolari con carichi light, controindicato invece il sollevamento pesi). Alla fine prevedere sempre una fase di raffreddamento lento, se ci si ferma bruscamente la pressione potrebbe calare di colpo. I farmaci antiipertensivi potrebbero aumentare il senso di fatica ed è bene chiedere informazioni al proprio medico.

Dolori articolari
Per mantenersi agili e rinforzare le ossa si hanno benefici sia con gli allenamenti aerobici sia con quelli di resistenza, ma vanno scelte attività senza impatto, come nuoto, acqua-gym, cyclette e i corsi per la flessibilità. Evitare le attività vigorose e ripetitive. Il riscaldamento è fondamentale, inutile invece lo stretching al termine dell'attività. Iniziare piano, piuttosto spezzare l'attività in 3 sessioni da 10 minuti ognuna.

Mal di schiena
Niente corse sul tapis-roulant, meglio le camminate. No alle attività ad alto impatto. Il nuoto non è sempre indicato, la rana controindicata. Meglio le attività di tipo aerobico di 30-60 minuti che non sollecitino troppo la colonna, sì agli esercizi di resistenza e rinforzo con i pesi (le macchine meglio di quelli liberi perché hanno un ritorno controllato). Raccomandati il resistance training, gli allenamenti al 'core' (addome e schiena), ginnastica posturale e pilates. Se compare dolore è meglio fermarsi per un paio di settimane.

Osteoporosi
Invecchiando è bene aumentare le attività aerobiche e di resistenza che rinforzano la massa ossea. No ai pesi troppo leggeri, meglio carichi di moderata entità per sollecitare le ossa). L'attività fisica va fatta almeno 3 volte alla settimana ed è meglio scegliere quella a basso rischio di cadute. Indicati nuoto, acqua-gym, cyclette. Evitare le torsioni continue, come gli addominali tipo 'sit-up' o eccessive flessioni del tronco. Eseguire gli esercizi in una posizione stabile, anche con l'ausilio di supporti. Evitare i corsi ad alto impatto fisico.

Il teletrasporto è realtà. E trasformerà internet - Repubblica.it

Il teletrasporto è realtà. E trasformerà internet - Repubblica.it

Il teletrasporto è realtà. E trasformerà internet

Il teletrasporto è realtà. E trasformerà internet
ROMA - Quanto spenderebbero i governi per avere una rete di trasmissioni a prova di spioni? Miliardi in dollari, euro e yuan, come dimostrano nei fatti gli investimenti per le comunicazioni quantistiche, le uniche davvero a prova di hacker.
 
Stati Uniti, Canada, Cina e da quest'anno anche l'Unione europea si sono imbarcati in una corsa all'ultimo quanto. Con Calgary ed Hefei (a un migliaio di chilometri da Pechino) protagonisti di una sorta di gara di slalom parallelo. Due esperimenti sono stati appena pubblicati su Nature Photonics. Descrivono singoli fotoni capaci di "viaggiare" lungo una normale fibra ottica cittadina, per 6 chilometri a Calgary e 12 a Hefei, "trasportando" le loro informazioni come in una linea Internet tradizionale.
 
Altro che chilometri. I collegamenti quantistici precedenti (il primo realizzato nel 1993) non superavano i centimetri di un tavolo di laboratorio. O laddove si arrivò al record di 143 chilometri, fu necessario allestire una trasmissione in uno spazio vuoto per non disturbare la corsa delle particelle: il mare fra due isole delle Canarie. Per la prima volta invece, a Calgary ed Hefei, il teletrasporto quantistico ha seguito le stesse strade che faremmo noi in auto o in motorino.
 
Non troveremo però nel teletrasporto una soluzione al traffico cittadino. Reso popolare dal capitano Kirk e compagni, il fenomeno non ha nulla a che fare con la smaterializzazione e il trasferimento di persone od oggetti. A viaggiare, nell'"internet dei quanti", sono solo singoli atomi o particelle. E viaggiare non è nemmeno la parola giusta. Lo spostamento infatti non riguarda le particelle in sé, ma le loro caratteristiche e coordinate. Più che a Star Trek, il teletrasporto quantistico assomiglia alla spedizione di un fax.
 
In realtà si sfrutta il cosidetto entaglement quantistico: il legame tra due particelle o fotoni nate da una stessa reazione. Le caratteristiche intrinseche di tali particelle sono legate indissolubilmente: se si modificano quelle dell'una, simultaneamente cambieranno anche quelle dell'altra. E la mutazione non dipende dalla distanza che le separa. Così due fotoni legati da entanglement possono essere inviati al mittente e al destinatario di un messaggio criptato su internet. Il mittente "modifica" il suo fotone e quindi quello in possesso del destinatario, che così potrà essere usato come chiave per decrittare il messaggio.
Il teletrasporto è realtà. E trasformerà internet

La crittografia quantistica realizzata con il teletrasporto in un fumetto della Nasa

"I vantaggi riguardano soprattutto la sicurezza" spiega Francesco Marsili, ingegnere e fisico nato a Piombino, ma arruolato dalla Nasa nel suo Jet Propulsion Laboratory di Pasadena. "Il teletrasporto quantistico non è necessariamente più veloce, semplicemente cancella il rischio di essere spiati. Comunicazioni finanziarie o militari sono le sue ovvie applicazioni".
 
Non è un caso che il teletrasporto, dal campo della meccanica quantistica si sia trasferito a quello della geopolitica. In primavera la Commissione europea ha lanciato il suo "Quantum manifesto", finanziandolo con un miliardo di euro in dieci anni. Washington ha già realizzato una piccola rete su cui testare le trasmissioni. Altrettanto ha fatto la Cina, con un'"autostrada quantistica" di un migliaio di chilometri tra Shanghai e Pechino.
 
Pechino, in realtà, ha fatto anche di più. Lanciando il suo primo satellite per le trasmissioni quantistiche dallo spazio, a fine agosto, la Cina ha spostato la corsa all'internet quantistico dalla terra al cielo. "E' una sfida che sentiamo molto" conferma Marsili. "Anche noi stiamo lavorando alla trasmissione di messaggi dalla Stazione Spaziale Internazionale. Ma avremo bisogno di tre o quattro anni". Una flotta di satelliti per le trasmissioni a prova di hacker è nel mirino dell'Esa, l'Agenzia spaziale europea, che però avrà bisogno di più tempo ancora per sviluppare il suo progetto.
 
Banche, eserciti, ma non solo. C'è un altro settore che guarda con ansia all'arrivo dell'"internet quantistico". Sono gli scienziati, in particolare quelli impegnati nell'esplorazione spaziale. "Il mio lavoro alla Nasa - spiega ancora Marsili - in questo momento riguarda lo studio di un canale di comunicazioni sicure da Marte".
 
E se la Nasa, come ha intenzione di fare verso la fine del decennio, manderà su Marte un rover dotato di telecamera ad alta definizione, avrà bisogno di un canale di comunicazione veloce e capiente, per spedire le immagini verso la Terra. "Pensiamo - spiega Marsili - a un satellite in orbita attorno a Marte che raccolga i dati del rover e poi li invii a noi tramite un raggio laser". Una lama di luce, se il lavoro della Nasa avrà successo, collegherà la Terra allo spazio profondo. Il nostro pianeta potrebbe finalmente diventare il faro del Sistema solare.

Cinque buoni motivi per scegliere il rubinetto - Repubblica.it

Cinque buoni motivi per scegliere il rubinetto - Repubblica.it

Cinque buoni motivi per scegliere il rubinetto

FOCUS

[ LA PUBBLICAZIONE ] Nella pubblicazione "In buone acque" Hera sottolinea cinque buoni motivi per bere l'acqua del rubinetto. Un invito a cambiare abitudini, dato che attualmente il nostro Paese è il terzo consumatore al mondo pro-capite di acqua in bottiglia dopo Messico e Thailandia. Il report sottolinea che l'aqua del rubinetto è Ecologica ("Sono 6,5 miliardi le bottiglie di plastica prodotte nel 2014 in Italia, che riempiono oltre 3 milioni di cassonetti); economica ("Con l'acqua di rubinetto risparmi quasi 270 euro l'anno"); Buona ("L'acqua distribuita dal Gruppo Hera è classificabile come oligominerale a basso tenore di sodio"); Sicura ("Oltre 2 mila analisi al giorno, il 99,9% conforme alla legge"); infine Comoda ("Disponibile direttamente a casa tua, senza dover trasportare inutili bottiglie").

(19 settembre 2016) © Riproduzione riservata