25.8.16

La Vitamina D , in breve quello che dobbiamo sapere | Project inVictus

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La Vitamina D , in breve quello che dobbiamo sapere

Oggi sulla vitamina D si legge di tutto e di più, l'integrazione è realmente utile? Un articolo breve che racchiude tutto quello che dobbiamo sapere e cosa fare per scoprire se realmente siamo carenti.

vitamina D
Articolo del Dott Angelo Fassio

C'è un piccolo paradosso che mi ha sempre colpito nell'ambito del grande e nebuloso capitolo degli "integratori vitaminici" nel mondo del fitness (e non solo). Praticamente ogni rivista possibile, da Donna Moderna a Super-Pump-Mega-Muscle-Boost, ed ogni blogger- guru che si rispetti si lancia in accorati elogi sugli effetti benefici di decine di diverse vitamine. Attorno a tutto questo gravita poi un folkloristico e vivacissimo mercato di integratori (i quali vanno quasi sempre supplire un deficit che non esiste).
Polemiche gratuite a parte c'è in realtà una vitamina, fondamentale, che è davvero potenzialmente carente in ciascuno di noi: la Vitamina D.
La vitamina D viene prodotta a partire dal colesterolo (7-deidrocolestorolo o previtamina D3) e, grazie all'esposizione alla luce solare, viene convertita a livello della cute in vitamina D3 (colecalciferolo, la forma liposolubile "di deposito"). In seguito l'idrossilazione in posizione 25 e 1 da parte del fegato e dei reni (quest'ultimo passaggio è indotto dall'azione del paratormone a livello del rene), porta alla formazione della molecola attiva dal punto di vista ormonale: 1,25 OH2 Vitamina D.

A cosa serve
Tradizionalmente, la vitamina D è associata al benessere dell'osso. Essa favorisce non solo l'assorbimento intestinale di calcio, ma modula inoltre l'omeostasi del tessuto osseo stesso. Livelli di vitamina D sierica bassi (indicativamente inferiori ai 30 ng/mL) determinano un'elevazione secondaria del paratormone avente lo scopo di mantenere l'omeostasi ematica del fosforo e del calcio (che per la fisiologia umana ha l'assoluta priorità). Ne risulta quindi un'aumentata mobilizzazione di calcio dall'osso e di conseguenza un'aumentata fragilità ossea. Questa serie di eventi è potenzialmente in grado, ad esempio, di aumentare in un atleta il rischio di fratture da stress.
È tuttavia noto ormai da tempo che la vitamina D è fondamentale anche per molti altri aspetti.

Il tessuto muscolare
L'1,25 OH2 VitD stimola la produzione di proteine muscolari. Non solo: essa è in grado attivare alcuni meccanismi essenziali per la contrazione muscolare. La carenza di vitamina D, soprattutto se protratta nel tempo, può portare a quadri di vera e propria disabilità. Il corrispettivo istologico è costituito da un'atrofia delle fibre muscolari di tipo II, con un aumento degli spazi tra le fibrille muscolari e la sostituzione del tessuto muscolare con cellule adipose e tessuto fibroso. Questi effetti sono tuttavia reversibili se la carenza viene corretta tramite un'adeguata supplementazione.

Gli effetti extra-scheletrici
La presenza di recettori per la vitamina D è stata dimostrata in diversi altri tipi cellulari, tra cui i macrofagi, i cheratinociti ed a livello delle cellule di prostata, colon e mammella. Questi meccanismi sembrerebbero fortemente implicati nella regolazione della proliferazione cellulare, potenzialmente giocando un ruolo protettivo nei confronti di diverse patologie (psoriasi, neoplasie in particolare di prostata, colon, mammella).
Altri effetti documentati riguardano la modulazione del sistema immunitario, con particolare riguardo nei confronti delle patologie autoimmuni, infettive, cardiovascolari, respiratorie, neurologiche, ecc.
Una piccola chicca: probabilmente ricorderete come in passato i malati di TBC venissero portati nei cosiddetti "sanatori", ovvero stabilimenti in località generalmente abbastanza isolate. Questo aveva un duplice scopo: sia isolare, per quanto possibile, gli infetti sia favorirne la guarigione attraverso l'esposizione "all'aria buona". In realtà non era l'aria di montagna a determinare questo favorevole effetto, ma proprio l'aumentata esposizione alla luce solare (veniva aumentata la sintesi di vitamina D che a sua volta induceva la produzione da parte del sistema immunitario di una molecola, la catelicidina, estremamente efficace contro il M. Tubercolosis).

La Vitamina D e le performance atletiche
Il collegamento tra vitamina D e performance è noto da molti decenni. La variabilità stagionale delle performance atletiche fu riportata sin dal 1950, con un picco di performance riportato durante l'estate inoltrata, ed un nadir delle stesse durante l'inverno. A quanto pare sarebbe inoltre dimostrabile una correlazione diretta tra le variazioni stagionali di performance atletica e le fluttuazioni stagionali di Vitamina D. Addirittura, l'esposizione ad UVB è stata a lungo ritenuta aumentare le performance atletiche: già nel 1938 alcuni ricercatori russi rilevarono un aumento delle performance negli atleti irradiati (100 metri piani). Se siete interessati, nella bibliografia troverete tutta una serie di riferimenti a studi in merito.

Chi è potenzialmente carente di vitamina D?
In Italia la prevalenza di ipovitaminosi D è molto più pesante di quello che si potrebbe immaginare. Uno studio risalente al 2003 ha dimostrato che quasi il 90% delle donne italiane sopra i 70 anni mostra livelli bassissimi di vitamina D.
E per quanto riguarda il giovane sano? Uno studio del 2009 ha messo in luce come circa il 65 % dei soggetti sani dimostri un'ipovitaminosi D. Particolarmente a rischio è inoltre chi presenta una carnagione scura (e quindi più "resistente" all'attivazione da parte degli UVB).

Dove troviamo la vitamina D?
I principali determinanti dei livelli di vitamina D sono due: l'esposizione solare e l'apporto dietetico.
L'esposizione solare era una volta una necessità difficilmente eludibile. Oggi le nostre abitudini di vita sono cambiate, la vita all'aria aperta è più un aspetto voluttuario che una necessità, ed è gradito (o possibile) solo ad una parte della popolazione, anche giovane (pensate agli studenti rinchiusi in casa per le sessioni estive). Inoltre il sole che più attiva la vitamina D è quello che il dermatologo caldamente consiglia di evitare: a spanne quello dalle 12.00 alle 15.00 da maggio a settembre. E, come se non bastasse, siamo perennemente ricoperti di crema protettiva (che d'estate, è ad esempio il mio personale salvavita).

La vitamina D è inoltre presente nei cibi in limitate quantità. La maggiore fonte è costituita dai grassi animali contenuti soprattutto nei pesci grassi (ad esempio il salmone) e nei latticini. Negli USA e nel Nord Europa tale problema viene in parte ovviato dall'addizione di vitamina D nei prodotti lattiero-caseari. Ciò non avviene invece in Italia.

vitamina-d
Come affrontare il problema?
In realtà oggigiorno non c'è alcuna necessità di mangiare tonnellate di salmone o abbrustolirsi vivi sotto il sole cocente per garantirsi dei livelli ottimali di vitamina D. Sono disponibili dei supplementi, sotto ricetta medica, in grado di compensare eventuali carenze. Il rischio di tossicità dovuta al sovradosaggio è assolutamente remoto per il fatto che viene somministrato il pre-ormone liposolubile (ovvero la vitamina D3, forma non idrossilata), il quale viene immagazzinato nel tessuto adiposo ed attivato dall'organismo in base alle necessità dello stesso. Questi presidi sono in ogni caso da considerarsi dei farmaci, per cui il fai-da-te è sconsigliabile: non tutte le "vitamine D" sono uguali. Senza dilungarsi troppo in considerazioni farmacologiche, va sottolineato come in commercio si trovino varie forme: da una parte abbiamo i precursori ormonali (che trovano appunto indicazione nella supplementazione in soggetti ipovitaminosici), dall'altra troviamo il vero e proprio ormone attivo (1,25 OH2 vitamina D), il quale rappresenta invece un farmaco molto delicato, non indicato per la correzione dell'ipovitaminosi bensì per supplire ad un deficit di attivazione (ad esempio nel caso di un'insufficienza renale cronica), e da assumere sotto stretto monitoraggio medico.
Attualmente, nei vari consensus internazionali, non c'è un vero accordo sul razionale di una misurazione a tappeto dei livelli di 25 OH VitD nel sangue. Tuttavia si tratta di un dosaggio banale (e del costo di pochi euro). Un ragionevole punto di partenza potrebbe essere, ad esempio, chiedere al vostro Medico di Medicina Generale di aggiungere anche il dosaggio della 25 OH Vitamina D al prossimo controllo degli ematochimici che vi capiterà di fare. Se doveste risultare carenti, egli saprà senz'altro indicarvi la strategia migliore per ottimizzarne i livelli (un intervento davvero banale).

Supplementazione di vitamina D

Il fabbisogno di vitamina D varia da 1.500 UI/die (adulti sani) a 2.300 UI/die (anziani con basso apporto di calcio nella dieta). In Italia l'alimentazione fornisce mediamente 300UI/die. Quando l'esposizione al sole è carente o assente si consiglia (linee guida) d'integrare 1.200-2000 UI/die.

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Adami S, Romagnoli E, Carnevale V, Scillitani A, Giusti A, Rossini M, Gatti D, Nuti R, Minisola S. Guidelines on prevention and treatment of vitamin D deficiency. Reumatismo. 2011 Nov 9;63(3):129-47. doi: 10.4081/reumatismo.2011.129.
  • Maggio D, Cherubini A, Lauretani F, Russo RC, Bartali B, Pierandrei M, et al. 25(OH) D serum levels decline with age earlier in women than in men and less efficiently prevent compensatory hyperparathyroidism in older adults. J Gerontol A Biol Sci Med Sci 2005; 60: 1414-9.
  • Adami S, Bertoldo F, Braga V, Fracassi E, Gatti D, Gandolini G, et al. 25-hydroxy vitamin D levels in healthy premenopausal women: association with bone turnover markers and bone mineral density. Bone 2009; 45: 423-6.
  • Bartoszewska M, Kamboj M, Patel DR. Vitamin D, muscle function, and exercise performance. Pediatr Clin North Am. 2010;57(3):849-861.
  • Birge SJ, Haddad JG. 25-hydroxycholecalciferol stimulation of muscle metabolism. J Clin Invest. 1975;56(5):1100-1107.
  • Cannell JJ, Hollis BW, Sorenson MB, Taft TN, Anderson JJ. Athletic performance and vitamin D. Med Sci Sports Exerc. 2009;41(5):1102-1110.
  • Ceglia L. Vitamin D and its role in skeletal muscle. Curr Opin Clin Nutr Metab Care. 2009;12(6):628-633.
  • Constantini NW, Arieli R, Chodick G, Dubnov-Raz G. High prevalence of vitamin D insufficiency in athletes and dancers. Clin J Sport Med. 2010;20(5):368-371.
  • Foo LH, Zhang Q, Zhu K, et al. Low vitamin D status has an adverse influence on bone mass, bone turnover, and muscle strength in Chinese adolescent girls. J Nutr. 2009;139(5):1002-1007.
  • Hettinger T, Muller EA. Seasonal course of trainability of musculature [in German]. Int Z Angew Physiol. 1956;16(2):90-94.
  • Holick MF. Sunlight and vitamin D for bone health and prevention of autoimmune diseases, cancers, and cardiovascular disease. Am J Clin Nutr. 2004;80(suppl 6):1678S-1688S.
  • Koch H, Raschka C. Circannual period of physical performance analysed by means of standard cosinor analysis: a case report. Rom J Physiol. 2000;37(1-4):51-58.
  • Lappe J, Cullen D, Haynatzki G, Recker R, Ahlf R, Thompson K. Calcium and vitamin D supplementation decreases incidence of stress fractures in female navy recruits.J BoneMinerRes. 2008;23(5):741-749.

Note sull'autore
Angelo Fassio: atleta della Domenica e Medico in formazione specialistica (Reumatologia e Malattie del Metabolismo Osseo).

12.8.16

Foto digitali, come evitare di perdere le "jpg" dei ricordi

L'IMMAGINE si è corrotta, quel frammento di memoria digitale è svanita per sempre. Un problema che torna attuale in molti dei commenti riportati su Facebook in questo periodo vacanziero e pure in alcune mail arrivate dai lettori alla redazione. "Ho copiato le foto delle vacanze e dei miei figli per anni da un hard disk all'altro, per conservarle. Ma ora ho visto che alcune di loro sono illeggibili", scrivono alcuni lettori. "E' vera la storia secondo cui le immagini jpeg perdono qualità a ogni copia?", chiede un altro utente.

I miti sulla perdita di qualità delle foto.

 "E' facile rispondere che no, è solo un mito. La semplice copia non produce perdita di qualità", dice 

Antonio Cisternino

, docente presso il dipartimento di informatica dell'Università di Pisa (di cui ha contribuito a fondare l'IT Center). Così, nemmeno aprire più volte un file jpeg ne fa perdere qualità: altro mito: come se l'immagine digitale si consumasse a ogni utilizzo alla stregua di una analogica. "Invece c'è una perdita ogni volta che si effettua una ricompressione": Il jpg è infatti un formato compresso, ossia fa risparmiare spazio a scapito della quantità di informazioni presenti; un po' come gli mp3 per la musica). Per esempio, se prendiamo un file jpg/jpeg, lo modifichiamo e lo salviamo di nuovo come jpeg abbiamo perso qualità. Ecco perché i fotografi modificano le foto dal formato non compresso. "Il formato png, meno efficace nella compressione di immagini fotografiche, comprime senza perdita di informazione, un po' come uno ZIP", aggiunge Cisternino.

I veri rischi.

 Eppure, come dimostra l'esperienza del lettore, è davvero possibile perdere le foto a cui teniamo tanto. Nonostante i nostri tentativi di metterli a sicuro copiandoli. Può succedere per due motivi: "Il processo di copia ha avuto alcuni errori (piuttosto raro con sistemi operativi recenti), oppure l'hard disk di destinazione ha avuto problemi successivi (di file system o hardware)", spiega Cisternino. Come è possibile prevenire e curare questi problemi? Bene saperlo, in vista delle miriadi di foto che accumuleremo durante le vacanze di cui la stragrande maggioranza - o tutte -  terremo solo in digitale, senza stamparle. E' importante quindi prendercene cura nel modo migliore.


Copie sicure delle nostre fotografie. 

La prima regola è avere sempre (almeno) due copie dei file importanti, in posti diversi. Per esempio su un hard disk esterno (non usare quello di sistema o una sua partizione) e nel cloud. Ormai è possibile avere decine di GB gratuiti in cloud mettendo assieme i servizi di diversi gestori (Flickr, Google Drive, Amazon Prime Photos ecc., tra i più generosi). Se abbiamo tantissime foto, potremmo copiarne su cloud (oltre che su hard disk) le più importanti e le altre tenerne in doppia copia su un ulteriore supporto personale. Il lettore ha fatto l'errore di copiare le foto solo da un hard disk all'altro.

 Se non ci fidiamo del controllo operato dal sistema sulla copia (il checksum) possiamo usare strumenti di terze parti che verificano l'hash dei file. "E' probabilmente però una precauzione eccessiva per l'utente: spesso può essere sufficiente cambiare la visualizzazione dei file in modo da vedere l'anteprima al termine della copia e controllare visivamente se vi sono immagini danneggiate", spiega Cisternino. Avere un gruppo di continuità è invece utile per tutti: protegge il computer e i suoi hard disk dagli sbalzi di tensione.


E se le foto sono ormai perdute?

Se il danno, alle nostre foto e ai nostri ricordi, è ormai fatto, resta ancora una speranza. Un tentativo da fare subito è un checkdisk su Windows, Disk Utility (S.o.s.) su Mac. Possiamo farlo cliccando con il tasto destro del mouse (o mousepad) sul nome dell'unità da controllare, poi su Proprietà, Strumenti, Controlla errori (su Windows 10 le unità sono sotto Esplora risorse). "E' possibile anche usare strumenti come il recupero di versioni precedenti di un file su Windows (avendo cura, prima della copia, di verificare l'abilitazione della funzione Cronologia file dal pannello di controllo o dalle impostazioni di Windows 10). Oppure su Mac con Time Machine", dice Cisternino. Alcuni preferiscono 

eseguire la scansione da riga di comando

. E' poi possibile provare a riparare il singolo file/foto corrotto. Ci sono programmi per farlo gratuiti e a pagamento, come Stellar Phoenix (per pc e Mac). Un'alternativa è provare a convertire il file jpeg in png, con programmi come Irfanview o Imagemagic. I jpeg si corrompono facilmente perché, essendo formato compresso, basta che si alterino pochi byte (durante la copia ad esempio) perché il file diventi illeggibile. Cambiare formato può essere d'aiuto.


Perdere le immagini nella rete.

"Infine, non bisogna scordarsi che quando pubblichiamo le foto su social network, come ad esempio Facebook, senza accorgerci ne consentiamo il diritto d'uso spesso illimitato all'operatore del servizio", avvisa Cisternino. "In questo caso non perdiamo né la foto, né la sua qualità, ma il diritto di decidere come può essere utilizzata.

Foto digitali, come evitare di perdere le "jpg" dei ricordi - Repubblica.it
http://www.repubblica.it/tecnologia/sicurezza/2016/08/11/news/le_foto_digitali_possono_svanire_come_evitare_di_perdere_le_jpeg_-145429537/



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Paesaggi e memorie da brivido. Il fascino delle 52 gallerie del Pasubio - Repubblica.it

Paesaggi e memorie da brivido. Il fascino delle 52 gallerie del Pasubio - Repubblica.it

Paesaggi e memorie da brivido. Il fascino delle 52 gallerie del Pasubio

Paesaggi e memorie da brivido. Il fascino delle 52 gallerie del Pasubio
L'auto la si può lasciare esattamente all'inizio del cammino. Il parcheggio a pagamento affianca la parete con la scritta "Strada delle 52 Gallerie" ed è il più comodo punto di partenza, purché abbiate 6 euro (tanto è il costo del ticket giornaliero) in moneta. Non c'è alternativa, il parchimetro non accetta banconote da nessun taglio quindi, se vi accorgete di non avere spicci, potete cambiare i soldi in uno dei due bar lungo la strada a tornanti che conduce all'inizio del percorso: dal bancone non vi accoglieranno con entusiasmo, ma, soldi alla mano, non avrete bisogno di aggiungere altro. La "Strada della prima armata" o "delle 52 Gallerie" abbraccia il massiccio del Pasubio, nelle Prealpi venete, e sale da Bocchetta Campiglia (1216 mt) fino a Porte del Pasubio (1928 mt). Non è una mulattiera militare qualunque, è il frutto di un'opera ingegneristica che il capitano Corrado Picone, comandante dei minatori che nel marzo 1917 furono chiamati a costruire quella strada, definì: "impresa di giganti, che nessun'altra opera eguaglia su tutta la fronte europea". Un percorso di quasi 6300 metri di lunghezza, 2300 dei quali distribuiti in 52 gallerie, realizzato durante la Grande Guerra su quello che era il versante più esposto alle artiglierie austro-ungariche e che oggi è un tratto di montagna battuto da appassionati escursionisti.

Camminare, quindi, per tre ore su questa strada a cuor leggero è impossibile. Per due ragioni lontane tra di loro, ma entrambe molto forti: la prima, appunto, è che ce lo impedisce il pensiero dei quasi 4500 morti su questo pezzo di montagna. La seconda ragione la troviamo scritta su un cartello posto proprio all'inizio del sentiero: "per escursionisti esperti". Due anni fa, drivingexperiences.com, basandosi sull'ultimo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla sicurezza stradale, aveva inserito le 52 gallerie al ventiduesimo posto tra le strade più pericolose al mondo: "ha panorami mozzafiato, ma proprio per questo il rischio di distrarsi e precipitare giù dai crinali è molto alto", e aggiungeva, forse con un filo sciovinismo british, che anche se la strada era già vietata alle auto, qualche locale vi si azzardasse comunque. Di fatto, i tratti più pericolosi di questa strada sono naturalmente chiusi alle auto (che possono invece raggiungere la cima tramite percorsi alternativi) mentre da qualche tempo, a causa dei numerosi incidenti anche fatali, c'è pure il divieto di avventurarsi tra le gallerie in mountain bike. Premesso tutto questo, a piedi non c'è da spaventarsi. Un minimo di concentrazione è richiesto, soprattutto quando il sentiero si stringe fino alla sua larghezza minima (2,20 mt) e ci si ritrova a camminare tra le rocce e il vuoto, ma lo affrontano tutti, adulti e bambini. A patto che si abbia una torcia. Ecco, forse è questa l'unica discriminante: all'interno di alcune gallerie, se non ti fai luce non vai avanti.
Paesaggi e memorie da brivido. Il fascino delle 52 gallerie del Pasubio
Ognuno di questi cunicoli scavati a mano nella roccia è numerato progressivamente e ha un nome che è quello di una città o del tenente, generale o capitano a cui è dedicato. Troverete quindi la galleria Tenente Cesare Battisti, Tenente di Vascello Nazario Sauro, Generale Luigi Cadorna, la galleria Mantova, Bologna, Reggio Calabria. La più lunga è la diciannovesima, si estende per 318 mt ed è dedicata a Re Vittorio Emanuele III, è anche piuttosto impegnativa: tratti in salita, scale dai gradini alti ed essendo molto lunga è anche particolarmente buia. Per questo motivo, non appena vedrete un'apertura illuminata sarete naturalmente portati a sceglierla come l'uscita. Nel 99% dei casi si tratta di finestroni nella roccia. Nessun problema, riuscirete a fermarvi in tempo prima di fare il passo di troppo e rimettervi sulla strada giusta. Sì, entrare in alcune gallerie è un po' come entrare in un labirinto, tante sono le diramazioni, e il bello di questo percorso è proprio l'avanzare per tentativi e nel frattempo ammirare l'opera realizzata in nove mesi da circa seicento minatori. Che siano dritte, a forma elicoidale o, come la ventesima, a spirale, le accomuna la stessa sensazione che suscitano nell'escursionista: il freddo. Appena si mette piede in una galleria è come entrare in un ipermercato in agosto con l'aria condizionata troppo alta. La temperatura si abbassa notevolmente e, considerato che è suggeribile fare questo percorso d'estate, fuori, nei tratti esposti al sole, è decisamente più caldo. Così, nell'eterna indecisione se tenere o meno addosso l'antivento, si arriva fino all'ultima galleria, Sardegna. Usciti da qui, la montagna si apre e quello che si presenta alla vista è il Grand Budapest Hotel del Pasubio: il rifugio Achille Papa, la tappa di chi sceglie di non andare e tornare in giornata, è incastonato nella roccia e da questa sembra nascere proprio come l'hotel del film di Wes Anderson, bianco e rosa questo, bianco e giallo il nostro. Anche se, per le storie che si raccontano, il paragone sarebbe appropriato pure con un altro celebre albergo: l'Overlook Hotel di Shining. Fantasmi abiterebbero questo rifugio, le loro voci, la loro presenza si manifesterebbe agli ospiti di notte, disturbando il loro sonno. Sono le leggende e i misteri di questa parte di montagna che un combattente austriaco definì "la caldaia delle streghe", di un luogo in cui, dal 1916 al 1918, "il vivere fu ben più duro che il morire".
Paesaggi e memorie da brivido. Il fascino delle 52 gallerie del Pasubio
Ma dal momento che voi la nottata la supererete, il consiglio per il giorno dopo, prima di tornare indietro, è quello di arrivare fino alla Cima Palon, il punto più alto del massiccio del Pasubio, con i suoi 2232 mt. Perché per arrivare qui attraverserete il sentiero della Memoria a conclusione del quale vi attende un museo a cielo aperto: gli "scaffali della memoria" conservano resti di ossa di un'umanità intrappolata tra quelle montagne e, più avanti, in una sorta di antro naturalmente ricavato  nella roccia, un reliquiario con elmetti, bossoli, granate e altri oggetti della non – vita quotidiana dei soldati. E soprattutto perché da qui, attraversando trincee e costeggiando crateri procurati nella montagna dalle esplosioni, ci si può spingere fino al Dente italiano, la posizione più avanzata di tutto il fronte del Pasubio. Per vivere qui, era stata costruita un'altra galleria, che forse sarebbe meglio definire una cittadella sotterranea: c'era spazio per il deposito di viveri, munizioni, i posti di medicazioni e i comandi. Dal davanti, un'ampia apertura sulla roccia faceva sì che quello che accadeva sul Dente austriaco, sulla montagna di fronte, fosse sempre visibile. E qui, adesso, un po' perché si è già ad una certa quota, un po' per il tipo di pensieri che affollano la mente, respirare sembra più difficile.
 
 

3.7.16

Vitamina B12 - PiattoVeg

Vitamina B12 - PiattoVeg

Vitamina B12

La vitamina B12, in natura, non è prodotta né dai vegetali né dagli animali, ma dai batteri, che si trovano nel terreno o nell'acqua.

Erba e terra

Mentre in natura essa viene quindi assunta dagli animali (uomo incluso, quando viveva in natura) con l'ingestione di cibi vegetali contaminati, in uno stato non di natura come quello odierno, essa non può venire assunta in questo modo, a causa delle indispensabili operazioni di igienizzazione oggi applicate. Essa deve venire quindi prodotta con apposite coltivazioni: i batteri in grado di sintetizzare la vitamina B12 sono coltivati su un substrato di carboidrati e la vitamina che producono viene prelevata e usata nell'alimentazione umana e animale.

Di fatto, la maggior parte della vitamina B12 così prodotta viene usata nei mangimi degli animali d'allevamento (cui, com'è noto, vengono somministrati anche molti altri integratori, farmaci, e tutte le sostanze chimiche residue delle coltivazioni) ed è solo grazie ad essa che gli animali assumono questa vitamina che poi si ritrova nelle loro carni e altri "prodotti" (latticini e uova). Chi non consuma prodotti animali assume invece la vitamina B12 in modo diretto, vale a dire quella prodotta dai batteri coltivati, che viene commercializzata in forma di compresse di integratore oppure nei prodotti fortificati (latti vegetali, succhi di frutta, cereali per la colazione, ecc.).

Si tratta di un nutriente critico per molte categorie di persone:

  • per gli onnivori che seguono una dieta aderente alle linee guida internazionali e che quindi consumano quantità di carne non elevate;
  • per i latto-ovo-vegetariani, che comunque non possono ricavare abbastanza vitamina B12 da latte e uova, a meno di non assumerne una quantità altissima e quindi molto dannosa;
  • per i vegani, che non assumono alcun derivato animale;
  • anche in caso di consumo smodato di carne, per tutti coloro che hanno difficoltà ad assimilarla dai cibi animali e hanno bisogno di assumere direttamente quella di sintesi batterica;
  • per tutti coloro che hanno superato i 50 anni, perché a questa età è diffuso il sopra citato difetto di assorbimento;
  • per coloro che assumono alcuni tipi di farmaci (metformina, antiacidi, ecc).

Per tutte queste persone è necessario consumare la vitamina B12 prodotta dai batteri, che si trova negli integratori in commercio.

In sostanza, solo coloro che consumano carne in modo smodato, con tutti i rilevanti rischi del caso, non hanno più di 50 anni e non hanno difetti di assorbimento possono ricavare la vitamina B12 dai prodotti animali, che deriva sempre e comunque da quella sintetizzata dai batteri. Le altre persone devono invece assumere direttamente quella prodotta dai batteri.

Nel grafico del PiattoVeg, la vitamina B12 è stata posta al centro del piatto, assieme alla vitamina D, a significare una particolare attenzione verso queste due vitamine.

La vitamina B12 è particolarmente importante nelle donne in gravidanza e allattamento e nei bambini dallo svezzamento in avanti (vedi indicazioni specifiche più oltre).

Essa interviene nella replicazione cellulare e nel metabolismo delle proteine e dei grassi: pertanto la sua carenza provoca danni a carico del sistema nervoso, centrale e periferico. In presenza di livelli bassi o normali di acido folico (nutriente questo molto ben rappresentato nelle diete a base vegetale rispetto a quelle onnivore) la sua carenza può dar luogo ad anemia (anemia megaloblastica).

Il secondo aspetto che rende importante avere un livello corretto di vitamina B12 nel sangue è che essa serve a mantenere bassi i livelli di omocisteina: livelli alti di omocisteina sono stati associati a malattie cardiovascolari, tumori, demenza e depressione.

Le quantità di vitamina B12 in dose di mantenimento sono molto variabili a seconda delle frequenza di assunzione (in modo non proporzionale). Le indicazioni più aggiornate raccomandano, nell'adulto:

1. minimo 3 assunzioni che forniscono 2 mcg ciascuna (totale 2+2+2 mcg al dì) consumate nel corso della giornata, in più riprese (almeno 3) da varie fonti alimentari (prodotti forticati)

oppure:

2. non meno di 50 mcg, in unica assunzione giornaliera, da un integratore, in compresse sublinguali o masticabili.

oppure:

3. non meno di 1.000 mcg, in due assunzioni distinte settimanali (totale settimanale 1.000 mcg x 2), da un integratore (preferibilmente sublinguale, tenendo conto della variabilità dell'assorbimento a partire da dosi molto elevate).

Chiaramente, il caso 1 è molto difficile e scomodo da realizzare, mentre i casi 2 e 3 sono i più semplici.

Sul sito di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana è presente un elenco di prodotti disponibili sul mercato.

Si precisa che queste indicazioni sono valide solo per la vitamina B12 in forma di cianocobalamina, in quanto non sono disponibili in letteratura riferimenti che permettano di fornire indicazioni sulle altre forme di vitamina B12 disponibili sul mercato (ad esempio metil-cobalamina).

Il dosaggio riportato è quello per i casi di livelli normali di vitamina B12, mentre i casi di carenza vanno affrontati con una "dose d'attacco" per qualche mese, fino a che i livelli tornano normali e si può passare alla dose di mantenimento. La carenza si determina attraverso le analisi de sangue, dosando i valori di: emocromo, vit. B12, folati, omocisteina. Tali valori vanno esaminati da un medico competente (si può avere un parere competente e gratuito dai medici di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana - SSNV scrivendo a domande@scienzavegetariana.it) per determinare lo stato di carenza.

I valori considerati ottimali per vitamina B12 e omocisteina sono (indipendentemente da quanto riportato sul foglio dei risultati delle analisi, che riporta sempre valori minimi e massimi non corretti):

  • vit. B12: almeno 488 pg/ml
  • omocisteina: inferiore a 12 mcmol/L

Vitamina B12 in gravidanza e allattamento

Il dosaggio di integratore da assumere in gravidanza e allattamento è lo stesso che nelle altre fasi della vita, ma l'assunzione dell'integratore è ancora più importante in questa fase, perché una eventuale carenza si ripercuote sul bambino in modo molto più pesante che sulla madre e può avere ripercussioni sulla formazione del sistema nervoso e delle cellule del sangue.

Quindi, se non stai integrando la vitamina B12 e sei in gravidanza (o ne stai programmando una), è necessario effettuare subito le analisi del sangue come sopra indicato, per determinare il corretto dosaggio di integratore da assumere.

Vitamina B12 nel divezzamento

Il latte materno, quando presente in alta quantità nella dieta, può essere una fonte di vitamina B12 eccellente, a patto che, naturalmente, la madre assuma gli integratori nella giusta dose. Anche il latte di formula è sempre arricchito di vitamina B12 ed è sufficiente al bambino se presente nella dieta nella quantità di almeno 500-600 ml al giorno.

Con la diminuzione delle quantità di latte durante il divezzamento, queste fonti non sono più sufficienti e va quindi iniziata l'integrazione. Non vi è alcun rischio legato a possibili assunzioni in eccesso, mentre sono ben documentati gli effetti gravi di una carenza di vitamina B12 in questa fase della vita.

La forma più comoda è quella fornita dagli integratori in gocce: consulta l'elenco aggiornato, con le corrispondenti dosi nelle varie fasce d'età disponibile sul sito di SSNV.

B12

La carenza si determina attraverso le analisi de sangue, dosando i valori di: emocromo, vit. B12, folati, omocisteina. Tali valori vanno esaminati da un medico competente (si può avere un parere competente e gratuito dai medici di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana - SSNV scrivendo a domande@scienzavegetariana.it) per determinare lo stato di carenza.

I valori considerati ottimali per vitamina B12 e omocisteina sono (indipendentemente da quanto riportato sul foglio dei risultati delle analisi, che riporta sempre valori minimi e massimi non corretti):

  • vit. B12: almeno 488 pg/ml
  • omocisteina: inferiore a 12 mcmol/L

2.7.16

Il lato buono dei tassi a zero: la finanza riscopre l’economia reale - Il Sole 24 ORE

Il lato buono dei tassi a zero: la finanza riscopre l'economia reale - Il Sole 24 ORE

Il lato buono dei tassi a zero: la finanza riscopre l'economia reale

I lavoratori del gruppo Diageo hanno preso un po' troppo alla lettera il detto «bevo per dimenticare». Per scordare gli effetti nefasti dei tassi a zero, il loro fondo pensione ha infatti deciso di investire (attraverso un complesso schema finanziario) in 2,5 milioni di botti di Scotch whisky. Allianz Global Investors, con lo stesso obiettivo di esorcizzare la iattura dei tassi a zero, ha preferito investire parte dei patrimoni che gestisce comprando parcheggi su strada a Chicago. Munich Re, piuttosto che lasciare la liquidità in Bce a tassi negativi, ha scelto invece di puntare sul vecchio «materasso»: ha preso 10 milioni di euro in banconote e li ha messi al sicuro lontani dalla Bce. Ma c'è anche chi investe in ferrovie, in ospedali, in energie rinnovabili. Pesino chi, come il gruppo Dairy, in magazzini di formaggio.

Nell'era dei tassi a zero, o addirittura sotto zero come ormai tocca a circa 10mila miliardi di dollari di titoli di Stato globali, solo una cosa offre ancora qualche speranza di rendimento per i grandi investitori: la fantasia. Assicurazioni, fondi pensione, fondi comuni sono costretti a esplorare nuove frontiere pur di portare a casa qualche rendimento accettabile per i loro sottoscrittori. «Comprare Bund tedeschi a tassi negativi non è più da considerare un investimento sicuro - commenta laconico Tobias C. Pross, managing director di Allianz Global Investors -. Per questo noi gestori dobbiamo trovare investimenti diversamente sicuri». Nuove strade, alternative. Nuove frontiere.

L'occasione dei tassi a zero è dunque ottima per dirottare sempre più capitali finanziari dove servirebbero: cioè nell'economia reale, nelle infrastrutture, nelle piccole imprese innovative, nello sviluppo dell'energia pulita, nell'acqua. Ma il rischio è che, senza normative chiare a livello internazionale (si veda articolo sotto), questa fame di rendimenti «alternativi» finisca solo per creare le ennesime bolle speculative. Sta alla politica internazionale creare l'ecosistema adatto per favorire, in questo mondo dei tassi a zero, lo sviluppo di investimenti alternativi per assicurazioni e fondi pensione ma contemporaneamente utili per tutti gli altri. Il tema è all'ordine del giorno al G20. Ma la soluzione è ancora lontana.

Le nuove frontiere

Che la ricerca spasmodica di rendimenti stia spingendo sempre più investitori istituzionali verso lidi sconosciuti lo confermano, prima ancora dell'aneddotica, i numeri. Secondo i dati di Willis Tower Watson, dal 2008 ad oggi i fondi pensione globali censiti hanno ridotto gli investimenti tradizionali in azioni e obbligazioni, per aumentare dal 19% al 24% del totale in gestione gli investimenti alternativi ai mercati finanziari: dal settore immobiliare a quello delle infrastrutture. Su un campione diverso e su un concetto diverso di investimenti «alternativi», anche dall'Ocse arriva a un messaggio simile: i grandi fondi pensione hanno portato l'allocazione di risorse in asset alternativi dal 14,3% del 2010 al 15,3% del 2014, mentre i fondi pensione pubblici sono passati dall'11,2% al 13,5%. La crescita maggiore è avvenuta negli Usa, Canada, Brasile, Gran Bretagna e Israele. Le società di riassicurazione, secondo una ricerca di Aon sul settore, hanno in gestioni alternative il 12% del loro capitale. E un sondaggio di BlackRock tra 201 grandi investitori globali racconta una storia analoga: il 46% di questi ha aumentato gli investimenti alternativi (principalmente nel settore immobiliare, delle infrastrutture e delle materie prime) negli ultimi 3 anni, e nei prossimi 18 mesi lo farà il 60% degli intervistati.

Ma sono soprattutto le testimonianze a dimostrarlo. «Ormai i grandi investitori non possono far altro che cercare alternative ai tassi a zero - spiega il gestore di una grande assicurazione -. Il problema è che le assicurazioni, per farlo, devono avere team specializzati nella gestione di questi nuovi rischi oppure devono delegare a terzi questo tipo di investimenti». Insomma, ancora non sono davvero preparate a esplorare le nuove frontiere. «Per sopravvivere nell'era dei tassi a zero, i fondi pensione o le assicurazioni hanno solo tre strade da percorrere - spiega Alberto Gallo, gestore di Algebris -. O tagliano i costi di gestione, per esempio usando Etf. O puntano su strategie davvero attive, quelle che non usano benchmark. Oppure vanno su investimenti illiquidi, come le infrastrutture».

Opportunità globali

È evidente che questo trend possa avere una ricaduta positiva per l'economia reale: se si trovasse davvero il modo per far confluire una parte maggiore delle immense risorse presenti sui mercati finanziari nello sviluppo delle infrastrutture o nel finanziamento delle piccole imprese, si potrebbe trasformare un'esigenza finanziaria degli investitori in un volano per l'economia. C'è grande bisogno di agganciare, sempre più, i capitali finanziari al mondo reale. E i tassi a zero possono - devono - essere l'occasione per farlo. Anche perché per colmare il gap infrastrutturale che separa il mondo attuale da quello futuro, servono tanti - davvero tanti - soldi. E gli Stati, superindebitati, non li hanno.

Stima il G20 che da qui al 2030 a livello globale serviranno 57mila miliardi di dollari solo per sviluppare le infrastrutture (strade, ferrovie, porti, aeroporti, energia pulita, acqua e telecomunicazioni) di cui il mondo avrà bisogno. Purtroppo i bilanci statali difficilmente potranno sostenere un tale sforzo. Servono, dunque, capitali privati a supporto dell'impegno pubblico. Secondo Standard & Poor's, se messi nelle condizioni giuste gli investitori istituzionali mondiali potrebbero mettere in infrastrutture la bellezza di 200 miliardi di dollari l'anno, che diventerebbero 3.200 miliardi entro il 2030. Cifra non sufficiente per colmare il vuoto che gli Stati non possono riempire (S&P stima 500 miliardi l'anno), ma comunque si tratta di un passo avanti.

Per raggiungere questi numeri, e per riportare finalmente la finanza al servizio del mondo reale, servono però sforzi normativi importanti. Non basta il piano Junker in Europa o qualche normativa estemporanea. Gli investitori istituzionali di lungo periodo (principalmente assicurazioni e fondi pensione) hanno circa 100mila miliardi di attivi in gestione, ma attualmente (pur in crescita) mettono solo poco più dell'1% in infrastrutture. Questo perché le normative, soprattutto quelle prudenziali di Basilea per le banche e di Solvency per le assicurazioni, continuano a disincentivare l'investimento in infrastrutture. Serve dunque una normativa globale organica, che crei un ecosistema favorevole e riduca i rischi che questi investimenti comportano. Al G20 (si veda articolo sotto) se ne parla da tempo. Prima che si moltiplichino gli investimenti in Whisky o in banconote fruscianti, prima che chi ha investito in forme di formaggio veda "ammuffire" il proprio patrimonio, sarebbe meglio raggiungere la quadra.

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Tassi zero, è il momento delle infrastrutture - Repubblica.it

Tassi zero, è il momento delle infrastrutture - Repubblica.it

Tassi zero, è il momento delle infrastrutture

La Bce, con la politica dei tassi negativi, ha ucciso le attività finanziarie senza rischio e, con esse, la gestione tradizionale dei portafogli. Nei giorni scorsi per la prima volta il rendimento medio ponderato dei titoli di Stato è passato in negativo. Tra poco, grazie all'estensione del Qe alle obbligazioni societarie, anche i titoli emessi dalle aziende più grandi e solide diventeranno di fatto inutilizzabili ai fini di un'allocazione di lungo periodo. Il problema che si pone non è tanto per la gestione della liquidità, quanto per le esigenze di pianificazione finanziaria di lungo termine. Esiste sempre l'alternativa estrema del denaro contante.

In Giappone, dove i tassi sono a zero da parecchi anni, si sta assistendo ad un boom della vendita delle casseforti. Ma è un'alternativa impraticabile da quelle istituzioni finanziarie, come i fondi pensione o le assicurazioni, che sono preposte alla gestione dei grandi rischi che i risparmiatori devono fronteggiare nel corso del loro ciclo di vita. Se queste soluzioni "collettive" non sono più finanziariamente sostenibili, le conseguenze sociali ed economiche diventano preoccupanti. Non solo perché gli accresciuti bisogni di una popolazione sempre più anziana richiedono un ruolo maggiore delle forme di previdenza e di assicurazione private. Ma anche perché il risparmiatore razionale comprenderebbe la necessità di ridurre i consumi e aumentare il volume dei risparmi per ottenere la copertura desiderata. Un comportamento

virtuoso a livello individuale genererebbe un comportamento vizioso a livello collettivo, riducendo i consumi aggregati e provocando un'ulteriore caduta della crescita economica. Esattamente il contrario di ciò che la Bce di Mario Draghi cerca di ottenere con i tassi negativi.

Senza addentrarsi nella discussione sulle conseguenze macroeconomiche di una politica monetaria così aggressiva, viene quindi da chiedersi se sia possibile assecondare la spinta della Bce all'interno di un portafoglio disegnato per soddisfare esigenze di risparmio di lungo periodo, senza assumere posizioni adatte più al tavolo verde che ad una sana e prudente gestione. Una soluzione del puzzle potrebbe essere l'investimento diretto in un settore strategico dell'economia reale, quello delle infrastrutture. Porti, autostrade, reti distributive sono forme di investimento inadatte per il tipico fondo comune; ma sono ideali per il perseguimento di obiettivi temporali di lungo periodo, come quelli dei fondi pensione e delle assicurazioni Vita. I tempi di realizzazione di un nuovo tunnel ferroviario o di ammodernamento di una vecchia rete distributiva sono estremamente lunghi e richiedono un forte esborso iniziale. Questo significa che per parecchi anni la liquidabilità dell'investimento è praticamente nulla e di fatto aumenta solo dopo che il progetto è realizzato e gli introiti (pedaggi, royalties) iniziano a fluire. In compenso, fatto salvo per l'avvento di una tecnologia così disruptive da rendere obsoleta l'opera, questi introiti continueranno a fluire per decenni.

Le infrastrutture, tra l'altro, sono una variabile fondamentale nell'equazione della produttività, il cui crollo drammatico è "il" problema di tutte le economie contemporanee, non solo di quella italiana. E' evidente che, se non si fanno investimenti, la produttività continuerà a a peggiorare e per l'economia diventerà impossibile crescere a tassi sufficientemente elevati da assicurare la sostenibilità del welfare state. Le infrastrutture sono state tradizionalmente sviluppate dallo Stato. I vincoli di finanza pubblica, uniti ad una notevole miopia politica, hanno progressivamente ridotto gli investimenti pubblici a favore di manovre fiscali forse di maggiore resa elettoralistica ma di più corto respiro. In Italia, dal 2008 al 2015 la spesa in opere pubbliche è stata tagliata del 42,8% in termini reali, mentre la spesa corrente al netto degli interessi è cresciuta dell'11,7%

Nella Legge di Stabilità del 2016 si registra una prima inversione di tendenza, ma è poca cosa rispetto al terreno perso in tutti questi anni. Non è, come detto, un problema solo italiano. Si stima che, a livello mondiale, esista un gap annuo di 500 miliardi di dollari tra le necessità di infrastrutture e la quota che potrebbe essere finanziata dalla mano pubblica. Di questi, circa 300 miliardi potrebbero essere finanziati dalle banche, sempre più in difficoltà per il rispetto dei nuovi requisiti di capitale. Per i restanti 200, se non vogliamo rassegnarci ad una crescita zero virgola, bisogna trovare il modo di far partecipare gli investitori istituzionali. Come fare? E' necessario innovare nelle forme di partenariato pubblico- privato; dare certezza sui tempi di realizzazione delle opere e sulle regole di tariffazione futura; proseguire nell'allentamento dei vincoli e dei costi per assicurazioni e fondi pensione all'investimento "paziente". Ma bisognerebbe anche promuovere, nel caso italiano, una crescita della dimensione media dei fondi pensione. Delle 500 forme pensionistiche complementari, poco più della metà hanno meno di 1.000 iscritti. Portafogli così piccoli non consentono di diversificare il rischio di investimenti complessi come quelli in infrastrutture e, soprattutto, di sostenere i costi necessari per una loro
gestione consapevole. Bisogna rompere resistenze corporative, ma, parafrasando l'economista americano Lawrence Summers, se non ora, quando? I tassi sono nulli o negativi, è il momento migliore per ripristinare le infrastrutture usurate e realizzarne di nuove. Questo vale per chi persegue il bene pubblico, come lo Stato, e per chi persegue l'interesse di lungo termine del portafoglio dei propri clienti, come appunto le assicurazioni e i fondi pensione.