21.12.14

Cosmetici: in India bambini sfruttati per l'estrazione della mica usata negli ombretti

Cosmetici: in India bambini sfruttati per l'estrazione della mica usata negli ombretti

Cosmetici: in India bambini sfruttati per l'estrazione della mica usata negli ombretti

La mica è un ingrediente molto utilizzato nella produzione dei cosmetici, soprattutto per quanto riguarda gli ombretti. Dona un tono luccicante e luminoso ai rossetti, ai fondotinta e a molti dei prodotti per il trucco comunemente in vendita. Ma sappiamo davvero da dove proviene questo ingrediente e cosa si nasconde dietro la sua produzione?

The Sidney Morning Herlad ha iniziato ad indagare sulla produzione della mica, un ingrediente fondamentale per l'industria della bellezza e le relative multinazionali miliardarie. La maggior parte della mica utilizzata nel mondo proverrebbe dall'India e sarebbe estratta dai bambini, costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è il prezzo che i bambini devono pagare perché i ricchi possano avere sempre a disposizione un make-up all'ultima moda. Sarebbe interessante conoscere i nomi delle aziende che utilizzano mica proveniente dall'India e da circuiti illegali. La mica è un minerale utilizzato nei prodotti cosmetici per le sue caratteristiche di brillantezza. La mica bianca può essere utilizzata anche nei dentifrici, per il suo leggero effetto abrasivo nella pulizia della superficie dei denti.

Si tratta di un ingrediente molto utilizzato non soltanto nella cosmesi industriale, ma persino in quella naturale, con particolare riferimento al make-up minerale. Il suo impiego riguarda anche gloss e smalti, a cui conferisce colore e luminosità. Gran parte di questo ingrediente proverrebbe dalle regioni più povere dell'India orientale.

Poiché la maggior parte della produzione di mica in India sarebbe illegale, lo sfruttamento del lavoro minorile sarebbe altrettanto diffuso e avverrebbe senza regole. Bambini dell'età di 12 anni, o inferiore, lavorerebbero per giornate intere occupandosi dell'estrazione della mica. Il lavoro è duro e pericoloso. I bambini sono esposti agli attacchi dei serpenti e ai morsi degli scorpioni. Le cave da cui viene estratta la mica risultano di frequente soggette a crolli.

mica sfruttamento bambini

Inoltre, secondo le indagini condotte da The Sidney Morning Herlad, i piccoli lavoratori sfruttati sono esposti a tagli, ferite e abrasioni della pelle, oltre che a malattie respiratorie anche molto gravi, come la bronchite, la silicosi e l'asma. I reporter hanno intervistato uno dei bambini sfruttati.

Si chiama Mohammed Salim Ansari. Si occupa di estrarre la mia ogni giorno e ha soli 12 anni. Per ogni chilogrammo di mica guadagna soltanto 5 rupie, un prezzo in netto contrasto con i guadagni garantiti dal commercio della mica sul mercato internazionale, che possono arrivare fino a 1000 dollari al chilo. 1 rupia indiana corrisponde a 1 centesimo di euro.

L'azienda cosmetica australiana Napoleon Perdis, a cui appartengono i marchi MAC, Clinique, Bobbi Brown e Estee Lauder, ha dichiarato al The Sidney Morning Herlad che meno del 10% della mica utilizzata nei propri prodotti è di origine indiana e di non credere che i propri cosmetici possano essere associati al lavoro minorile.

A quanto pare, altri giganti dell'industria cosmetica, come L'Oreal, Lancome, Redken e Maybelline, The Body Shop e Yves Saint Laurent hanno rifiutato di rispondere ad alcune domande riguardanti la provenienza della mica utilizzata nel cosmetici. Sarebbe dunque piuttosto difficile conoscere la reale località di estrazione della mica utilizzata nei cosmetici che vorremmo acquistare. Per evitare la mica, è sufficiente leggere gli ingredienti indicati in etichetta. La sua presenza potrebbe essere indicata con il codice CI 77019, oppure con il termine di glimmer, oltre che semplicemente come mica.

Attorno alla produzione della mica indiana vi sarebbe un vero e proprio giro criminale. I bambini che dovrebbero frequentare la scuola sono costretti a lavorare sotto sfruttamento. Sono almeno 200 mila i bambini di età compresa tra i 5 a i 14 anni che nel mondo lavorano in condizioni inadeguate anziché avere la possibilità di accedere all'istruzione.

Consulta il sito web International Labor Rights Forumper maggiori informazione sulla difesa dei loro diritti.

Marta Albè

Fonte e foto: smh.com.au

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Un giorno di dieta vegana a settimana: così italiani possono salvare 12mln di animali - Repubblica.it

Un giorno di dieta vegana a settimana: così italiani possono salvare 12mln di animali - Repubblica.it

Un giorno di dieta vegana a settimana: così italiani possono salvare 12mln di animali

ROMA - Rinunciare a mangiare carne e pesce, ma anche latte e latticini, uova e miele, non è facile per chi non è vegano o vegetariano. Ma anche chi non riesce a rinunciare a determinati alimenti e ama la natura, può, sacrificando per un solo giorno a settimana i piaceri della tavola, salvare milioni di animali. Stando ai calcoli della Lav, che proprio per questi motivi ha lanciato il Mercoledì Veg, agli italiani basta un solo giorno da vegano a settimana per risparmiare energia, acqua e salvare foreste e animali: per un anno, si risparmierebbe la vita di 12 milioni di animali, pesci esclusi.

Numeri importanti. Mille persone che per un anno adottano una dieta vegana, per un giorno a settimana, salvano la vita a 5.000 polli o 5.400 conigli o 52mila platesse. Rinunciando a una bistecca da 500 grammi una volta a settimana, sempre per un anno, si salvano 910 metri quadrati di foresta, si risparmiano 390 chili di cereali, 403.000 litri d'acqua, 936 chili di Co2. Un giorno "veg" a settimana, moltiplicato per tutti gli italiani, risparmierebbe l'equivalente in emissioni di Co2 prodotte da 1 miliardo e 600 milioni di chilometri percorsi con un Suv.

Una sola persona che sceglie di mangiare 'veg' un giorno a settimana per un anno, può risparmiare l'equivalente del consumo di una lampadina accesa ininterrottamente per 277 giorni, il corrispettivo di 32 docce per pasto. Sempre secondo la Lav, il numero di vegetariani e vegani in Europa e in Italia è in crescita esponenziale: in Italia sono censiti più di 9 milioni di vegetariani, all'interno dei quali ci sono diverse centinaia di migliaia di persone vegane.

Attenzione in crescita. Una crescita evidente anche all'interno di supermercati e ristoranti, dove sono sempre più presenti prodotti per vegani e vegetariani, e anche nell'apertura di negozi 'animal-free', dalle pasticcerie alle farmacie. Segno di una crescente attenzione nei confronti della salute e dell'ambiente: la produzione di proteine animali è la terza causa di inquinamento del pianeta e ogni anno il 64% dell'ammoniaca prodotta a livello planetario deriva dalla produzione zootecnica.
 



20.12.14

Project Invictus La spalla: biomeccanica ed esercizi in palestra

Project Invictus La spalla: biomeccanica ed esercizi in palestra

La spalla: biomeccanica ed esercizi in palestra

Quello della palestra, si sa, è da sempre riconosciuto come un ambiente ricco di contraddizioni e confusione, dove le certezze vacillano, messe in crisi da più solide consuetudini nate da miti e leggende del mondo del body building, le quali trovano fonte costante di nutrimento dalla perseveranza dei professionisti di ieri e di oggi a rendersi recalcitranti allo studio, alla sua applicazione e allo spirito critico animato da una sana e umana curiosità.

Il paradigma di tutto ciò è sicuramente ben rappresentato dal gruppo di esercizi dedicati alla stimolazione del gruppo muscolare "Spalle", così come viene chiamato nella maggioranza di schede di allenamento dei centri fitness del passato e del presente.

La spalla biomeccanica ed esercizi in palestra

Generalmente racchiusi in questo gruppo abbiamo esercizi con scopo ipertrofico mirati al deltoide (nei suoi 3 fasci anteriore-medio-posteriore) e al trapezio superiore. Ed è proprio a riguardo di questi due principali muscoli e della loro selettiva stimolazione che, normalmente, nascono le principali discussioni accompagnate regolarmente da contraddizioni grosse come case che purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi non vengono mai notate ed analizzate, nella più totale inconsapevolezza alimentata nei migliori dei casi dalla retorica dei guru del settore o quando va male dal carisma prodotto dalle dimensioni muscolare di chi porta avanti le teorie.

Ma facciamo un po' d'ordine e cominciamo a capire di che stiamo parlando esattamente, prima di iniziare ad analizzare la biomeccanica della spalla e capirne quindi a fondo le dinamiche reali e non quelle metafisiche nate dal body building.

Mi impegnerò ad essere il più chiaro e schematico possibile per rendere questo articolo una volta per tutte uno strumento in mano agli appassionati stufi di sentirsi raccontare tutto e il contrario di tutto in palestra e sui forum.

Iniziamo col classificare gli esercizi principali in base ai movimenti proposti e ai muscoli target. In palestra per deltoide e trapezio si propongono:

  • Distensioni sopra la testa
  • Alzate laterali
  • Tirate al mento
  • Shrugs o scrollate

E già nascono i primi miti e le prime contraddizioni che il palestrato medio non percepisce cercando malamente di argomentare le sue tesi.

"Le alzate laterali vanno eseguite fino a 90° per far lavorare solo il deltoide perché dopo i 90° lavora il trapezio."
Questo assioma del mondo del body building, ragionandoci un po' su, trova subito un paio di contraddizioni se andiamo ad analizzare gli altri esercizi proposti e le indicazioni solitamente date a seguito.

  • Mediamente durante l'esercizio di distensione sopra la testa l'esecuzione consigliata dal palestrato medio è quella con l'omero in posizione di partenza a 90° (figura 1) e relativa spinta verso l'alto fin sopra la testa (figura 2). In accordo con l'assioma sopra esposto, quindi, l'esercizio di distensione sarebbe un esercizio principalmente per il trapezio e poco per il deltoide e invece sappiamo come le indicazioni fornite dagli stessi guru siano diverse.Distensioni spalle
  • Nelle tirate al mento, con l'aiuto della foto sotto, possiamo immediatamente notare che, l'omero arresta il suo movimento a poco più di 90° per cui, sempre secondo l'assioma, sarebbe un esercizio per il deltoide e non per il trapezio. Chi frequenta la palestra o è appassionato di body building sa benissimo che invece è un esercizio must per chi vuole trapezi sopra le orecchie.Tirate al mento



24.11.14

Tra cuccioli ci si intende | Annamaria Manzoni | Intervista

Tra cuccioli ci si intende | Annamaria Manzoni | Intervista

Tra cuccioli ci si intende, intervista ad Annamaria Manzoni

Annamaria Manzoni, autrice del libro

Esce il 26 febbraio prossimo Tra cuccioli ci si intende di Annamaria Manzoni, edito dalla Graphe.it Edizioni. Il libro si interroga sul rapporto tra animali e bambini, mettendo in risalto l'antispecismo innato dei più piccoli e l'educazione fortemente antropocentrica che interrompe questa predisposizione all'empatia e al rispetto verso le altre specie. Abbiamo interpellato l'autrice per approfondire sulle nuove sfide educative che si rendono necessarie per attuare una rivoluzione antispecista, a partire dalla prima infanzia.

Incentrato sui bambini ma rivolto alle coscienze adulte, il tuo Tra cuccioli ci si intende invita ad una presa di responsabilità profonda. Se i bambini appaiono naturalmente predisposti a riconoscere le similitudini interspecie invece che a rimarcare le differenze, se l'empatia verso gli animali rientra nell'indole dei più piccoli, appare evidente che è l'educazione antropocentrica impartita dagli adulti a limitare e a soffocare, negli anni della crescita, il rispetto per le altre specie. A questo punto si presenta un interrogativo: chi educherà gli educatori? Esistono, a tuo avviso, strategie più efficaci di altre per favorire una svolta antispecista negli adulti?
Di sicuro è vero che il problema siamo noi adulti: se il nostro comportamento fosse improntato al rispetto per gli animali, questo sarebbe il modello che offriremmo alle nuove generazioni. E purtroppo così non è. Ma la realtà è composita. Succede per esempio che vi siano genitori che hanno una sensibilità, magari anche forte, nei confronti per lo meno di alcuni animali, sensibilità che però non hanno mai declinato nelle sue forme più logiche e complete che devono includere per forza di cose l'astensione da ogni pratica che sia per loro deleteria, ma che si esprime in gesti e comportamenti che possiedono grande rilevanza, le cui conseguenze poi si espandono.
Se posso fare un riferimento personale, conservo ricordi lucidissimi della mia infanzia e della dolcezza con cui mio padre si occupava e parlava del nostro cane. Proprio da lì credo di essermi mossa per estendere quella forma di sensibilità a tutti gli altri animali, perché ogni generazione ha a disposizione un clima culturale diverso, conoscenze diverse, mezzi diversi, alla luce dei quali rivede e rielabora i propri vissuti. Mai come per le ultime generazioni questo è stato vero: la rimozione e la negazione a cui la grande questione degli animali è stata sottoposta non reggono all'impatto di internet e della rete e questo può fare grandi differenze.
Inoltre, le esperienze personali fanno riferimento a volte all'impatto enorme derivato da una lettura, da un filmato, da un'esperienza che ha avuto luogo in un determinato momento della vita ed ha avuto la capacità di segnare cambiamenti fondamentali nel rapporto con gli altri animali. In altri termini, la realtà non è statica, è estremamente variegata, nulla è immutabile, e le strade che portano in altra direzione sono tante: anche se certamente i cambiamenti non hanno l'esplosività che sarebbe necessaria.

Annamaria Manzoni, Tra cuccioli ci si intende. Bambini e animaliAnche i genitori più consapevoli e antispecisti si trovano a combattere con una cultura fortemente orientata ad affermare, in ogni campo, la supremazia umana. Come schermare i bambini da un immaginario collettivo pullulato di pascoli felici, galline che razzolano libere, carne e tonno nati in una scatola e maialini concepiti per essere affettati?
Da una parte è comprensibile il desiderio dei genitori di offrire ai bambini un immaginario felice, seguendo in questo le loro naturali propensioni; ed è davvero stupefacente la modalità con cui assecondano l'inclinazione dei loro figli a vivere il contatto con gli animali che tanto amano, popolando i loro spazi con raffigurazioni animali. E credo che tutto questo sia giusto, perché non avrebbe senso riversare su di loro l'angoscia della realtà con gli orrori che la contraddistinguono: credo anzi che sia doveroso che incentivino il contatto vero con le altre forme di vita e che questo avvenga in modo gioioso e arricchente.
Per inciso, ricordo che è stata recentemente individuata una nuova categoria psicopatologica, denominata Deficit di Natura, che affliggerebbe bambini e adolescenti totalmente privati da questo fondamentale contatto e che in Cina sarebbero un numero esorbitante: si tratta di un deficit, di una mancanza in grado di generare forme di depressione, abulia, distacco dai rapporti sociali, ma che predisporrebbe anche a forme di insuccesso lavorativo in quanto solo il contatto con le altre forme viventi consente la costruzione di personalità stabili e adeguate. Osservazioni davvero in grado di farci percepire la nostra pochezza e la nostra insufficienza a noi stessi, che dovrebbero spingerci a sbalzarci una volta per tutte dalla posizione antropocentrica in cui siamo saldamente arroccati a tutto vantaggio di una doverosa rivalutazione della posizione e del ruolo delle altre forme di vita, quelle non umane.
Il problema è che gli adulti devono rendersi conto del punto in cui la loro offerta di una realtà edulcorata va a confliggere con la verità. Da questa consapevolezza dovrebbe derivare l'impegno a non imbrogliare i bambini e a difenderli dall'invischiamento personale in tali realtà. Pensiamo anche semplicemente a spettacoli quali il circo, che tutti ormai sappiamo servirsi di crudelissimi mezzi di assoggettamento degli animali: sollecitare il divertimento dei bambini davanti ad animali schiavizzati è educazione alla non conoscenza dell'altro e alla non empatia.

In Nove vite come i gatti, Margherita Hack sosteneva che dovrebbe essere proprio la nostra presunzione di essere una specie eletta, dotata di un cervello superiore, a spingerci a rispettare la vita in ogni sua manifestazione. Riconoscendo alcuni limiti di portata alla spinta etica, proponeva poi una terapia d'urto: vedere con i propri occhi la disumanità di allevamenti intensivi e macelli per maturare maggiore consapevolezza sugli orrori di una dieta carnivora. Ti trova d'accordo questa soluzione estrema?
Come dicevo, rimozione e negazione sono due dei meccanismi di difesa che consentono alla realtà di perpetuarsi. Rimuoviamo la sofferenza degli animali, perché il pensiero ci è inaccettabile. È facilissimo farlo perché gli allevamenti intensivi, le amputazioni, i sistemi di inseminazione, il carico e o scarico degli animali sui TIR, la macellazione avvengono lontano dai nostri occhi e l'organizzazione che prevede la dislocazione dei macelli tanto lontana dai centri abitati, il divieto ai cittadini di entrare, vedere, rendersi conto collude con il diffusissimo desiderio di non sapere. I prodotti di origine animale spesso non conservano alcuna affinità con l'animale da cui provengono: basta pensare al tonno in scatola, al salame e al prosciutto, agli hamburger: è di conseguenza davvero facile dimenticare e negare l'esistenza stessa della questione animale, che invece è una delle più grandi questioni dell'umanità, per il numero miliardario di esseri che coinvolge e per la smisurata sofferenza che comporta. Di conseguenza la terapia d'urto auspicata dalla compiantissima Margherita Hack può essere importante proprio perché consentirebbe di scardinare questi meccanismi di difesa, costringendo a prendere atto della realtà.
Conseguenze di sicuro ne deriverebbero, ma bisogna valutare di quali dimensioni. In altri termini di sicuro vi sono persone che davanti alla consapevolezza della sofferenza animale prenderebbero decisioni drastiche e modificherebbero il proprio stile di vita. Di sicuro non sarebbe la totalità delle persone. Basta riflettere per esempio sul fatto che, anche limitando il discorso al contesto italiano, la realtà si manifesta in modi differenti. Esistono per esempio ancora ampie zone in cui al nascondimento e occultamento della realtà della sofferenza animale, si oppone invece una sua disvelazione: mi riferisco a macellerie in cui vengono mostrati cadaveri insanguinati di animali interi, di solito appesi a zampe all'aria, o vengono esibite le loro teste mozzate: in queste situazioni è chiaro che non esiste rimozione né negazione del problema e che una visita ai luoghi dell'uccisione ben poco aggiungerebbe a quanto già si sa e che non è in grado di smuovere le coscienze. Altre sono allora le strade da percorrere, che devono passare attraverso la costruzione di una diversa filosofia di vita.

Leggendo il tuo libro, mi è tornato alla mente un episodio della mia infanzia: una visita guidata ad una centrale del latte, un viaggio "d'istruzione" presentato e vissuto come un momento didattico oltre che come un giorno felice da trascorrere all'aria aperta insieme agli altri compagni di scuola. Ricordo di aver visto i vitellini separati precocemente e crudelmente dalle madri, in box a se stanti, e di aver chiesto che fine facessero gli esemplari maschi. La guida non nascose il suo imbarazzo e si trincerò dietro un gesto vago.
Oggi vedo un po' ovunque, dagli spot ai libri per bambini incentrati su fattorie felici, la stessa tendenza a censurare gli aspetti più cruenti della filiera alimentare così come della vita degli animali in cattività, nei circhi, nei parchi acquatici e negli zoo. Ma quanto è deleterio proteggere i bambini da un'amara verità che scopriranno comunque da adulti e addirittura mentire spudoratamente ai più piccoli, raccontando di animali felici di fare le piroette piuttosto che di sfornare dieci uova al giorno?
Il discorso si ripete e si arricchisce di tanti elementi: le gite di "istruzione" alle fattorie felici, la partecipazione a spettacoli quali i circhi, le visite a zoo, acquari e delfinari, le sagre e via dicendo sono dei grandi momenti di mistificazione della realtà ad uso dei più piccoli: si mostra loro una realtà falsata spacciandola per vera, si insegna loro implicitamente a disconoscere tutte le manifestazioni di disagio e sofferenza degli animali e, attraverso il grande imbroglio di base, che parla di mucche felici e di un'armonia che non c'è, si immette la grande questione degli animali in una cornice funzionale a mantenere lo status quo. Bisogna scardinare queste abitudini attraverso la presa di coscienza da parte degli adulti dei significati impliciti in queste situazioni.
Purtroppo consapevolezza, senso etico, superamento dell'antropocentrismo non sono così diffusi. Se le persone comuni spesso devono fare i conti con la propria incapacità a vedere una realtà diversa da quella che viene proposta dalla società stessa con tutte le sue strutture, ingiustificabili sono invece le istituzioni, che hanno il dovere di basare le loro iniziative su un pensiero elaborato, che si prenda a cuore i comportamenti con le loro implicazioni, i loro significati, il loro senso. Una lunghissima tradizione pedagogica non consente di non occuparsi delle conseguenze implicite nei modelli proposti ai bambini. Che dire allora del costume ancora tanto diffuso di molti comuni che offrono alle scuole biglietti gratuiti per andare al circo a cui hanno permesso l'attendamento sul proprio suolo? Che pensare degli insegnanti che quei bambini li accompagnano, come li accompagnano a delfinari, acquari, zoo di vario genere. Si interrogano gli educatori sul tipo di educazione che stanno impartendo?

Ho trovato particolarmente denso di significato questo passaggio che di fatto indica una via d'uscita: "Se i bambini imparano a rispettare i diritti degli animali e a riflettere sul loro dolore e la loro sofferenza allargheranno le loro capacità empatiche: l'universalizzazione dell'empatia fino a includere tutti gli esseri viventi è il vero traguardo della razza umana, l'unico in grado di cambiare davvero l'attuale stato delle cose". L'umanità ha dunque una speranza: l'antispecismo innato dei bambini, coltivato durante la crescita e portato a maturazione da adulti, salverà il mondo dalla catastrofe ecologica ed etica?
Sostituirei al tuo ottimistico futuro un ben più realistico condizionale. Certamente il mondo cambierebbe se si raggiungesse consapevolezza che il primo irrinunciabile e assoluto dovere dell'educazione è quello al rispetto; e che il rispetto per ogni essere vivente si raggiunge anche attraverso la proposta di modelli empatici nei confronti di tutti gli esseri senzienti, animali non umani assolutamente inclusi. Riconoscere e capire quello che l'altro prova è la strada maestra per rispettarlo. E quanto più l'altro è diverso da noi, tanto più è importante farlo. I bambini sono lì per accogliere questa lezione, anzi per essere loro a impartircela, perché è del tutto congeniale al loro modo di essere: loro le differenze rispetto agli altri animali le reputano fonte di curiosità attenta, vivace e affettuosa, la inglobano naturalmente e facilmente nel loro mondo esperienziale con la capacità di intuire e di godere della bellezza di cui loro sono portatori. A noi non sprecare l'occasione di costruire un mondo davvero migliore, macchiandoci della colpa imperdonabile di limitare le potenzialità dei bambini: se l'invito di Kafka era quello di mettersi all'altezza degli animali perché solo da lì si possono vedere le stelle, loro, i bambini, a quell'altezza ci sono già.




8.11.14

Doppia Piramide 2014 - Stili alimentari e impatto ambientale - Barilla CFN

Tenerezza in casa: quando il cane fa da baby sitter - Repubblica.it

Do Vegetarians Get Enough Protein? - YouTube

ACSM | Position Stands

Ferrara. Come in un set cinematografico | Repubblica Viaggi

Ferrara. Come in un set cinematografico | Repubblica Viaggi

Ferrara. Come in un set cinematografico

Itinerari di celluloide a Ferrara e provincia. Sono infatti numerosi luoghi in questo angolo di Emilia dove sono stati ambientati film più o meno famosi. Il viaggio lungo gli itinerari ferraresi di celluloide inizia dai Giardini di Piazza Repubblica, dove Luchino Visconti ha girato una scena di Ossessione, con  Massimo Girotti che  schiaffeggia la prostituta Dhia Cristiani. Il ponte levatoio del Castello Estense ha invece visto uscire a cavallo Giovanni dalle Bande Nere, nel film di Ermanno Olmi Il mestiere delle armi. Costeggiando il muretto che si trova sul lato occidentale del castello si passa del luogo dove Philippe Noiret, nel film Gli occhiali d'oro, di Giuliano Montaldo   spia il giovane del cui è ancora innamorato.

Poco più in la c'è viale Cavour dove, nel Giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica, Fabio Testi e Lino Capolicchio passeggiano in bicicletta, prima che si scoprano amori segreti. Nella non lontana Sinagoga i protagonisti del film partecipano invece ai riti religiosi. Corso Martiri della Liberà è il luogo scelto da Florestano Vancini per ambientare alcune scene del film La lunga notte del '43, dedicato a un eccidio fascista,  e da Gianni Costantino per far pedalare verso l'ufficio Luciana Letizzetto in Ravanello pallido.

Dalla Cattedrale di Ferrara sono usciti i cortei nuziali di Parisina-Un amore alla corte di Ferrara del XV secolo girato nel lontano 1909 da Giuseppe De Liguoro e, 86 anni dopo, di Ines Sastre e Kim Rossi Stuart in Al di là delle nuvole, di Michelangelo Antonioni e Wim Wenders. Piazza Trento e Trieste, detta il Listone, è il set di alcune scene di Nebbie e delitti, di Riccardo Donna, con Luca Barbareschi, e Amanti e Segreti ( http://www.tinredrum.com/movie/0407357 ) con Monica Guerritore. La Biblioteca Ariostea, in Via Scienze, è una delle location del film La vita come viene di Stefano Incerti. Qui è stata girata anche un'altra scena del  Giardino dei Finzi Contini, dove viene vietato a Giorgio, in quanto ebreo, di utilizzare la biblioteca. 

Anche tra Comacchio e il Parco del Delta del Po troviamo i set cinematografici di numerosi film. Nella piccola Venezia di Comacchio troviamo la Loggia dei Cappuccini che fa da sfondo agli amori diAl di là delle nuvole di Antonioni , mentre la Manifattura dei Marinati è lo scenario de La donna del fiume, con  Sophia Loren sedotta da un contrabbandiere mentre lavora alla marinatura delle anguille.

Nelle Valli di Comacchio sono state invece girate scene di L'Agnese va a morire e della Casa dalle finestre che ridono, thriller di Pupi Avati. Un'agile guida a questi e altri  itinerari  nei luoghi dei film celebri girati nel ferrarese può essere scaricata dalle pagine apposite di Ferrara Terra e Acqua.  (07 novembre 2014)



2.11.14

Diventa vegan passo passo, in modo facile!

Quell’indice dell’ignoranza primato senza gloria - Corriere.it

http://www.corriere.it/cronache/14_novembre_02/quell-indice-dell-ignoranza-primato-senza-gloria-dde872cc-6275-11e4-9f8e-083eb8ae3651.shtml

Quell'indice dell'ignoranza primato senza gloria

La maggioranza crede che gli immigrati siano il 30%, mentre sono il 7%. La scarsa conoscenza della realtà è funzionale alla cattiva politica

di Beppe Severgnini

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Ho capito che qualcosa non andava domenica 12 ottobre, durante una lettura pubblica dei giornali organizzata al Museo Diocesano di Milano. Ho domandato ai presenti: «Quanti sono, secondo voi, gli immigrati in Italia?». Sguardi interrogativi, qualche sorriso imbarazzato. «Chi pensa rappresentino metà della popolazione, alzi la mano». Con mia grande sorpresa, diverse mani alzate. «Chi ritiene siano il 30%?». Altre mani alzate. «Chi crede, invece, che gli immigrati rappresentino il 15% degli abitanti?». Ancora mani alzate.
In realtà, gli immigrati in Italia costituiscono il 7% della popolazione.

Ad ascoltare la lettura dei giornali la domenica mattina, in un museo di Milano, vanno persone istruite e informate: eppure. Non è superficialità né sciatteria. Non dipende da scarsa dimestichezza con numeri e statistiche. Si tratta, invece, di una percezione sbagliata. Anzi, di una trasposizione: le preoccupazioni diventano realtà.
Non sono rimasto stupito, perciò, quando ho letto i risultati di un sondaggio Ipsos Mori, condotto in 14 Paesi. Titolo: The Ignorance Index . Questo «indice dell'ignoranza» vede noi italiani ingloriosamente primi. Meglio di noi Usa, Corea del Sud, Polonia, Ungheria, Francia, Canada, Belgio, Australia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Germania, Svezia (la nazione più informata).
Qualche esempio delle risposte in Italia? «Quanti sono i musulmani residenti?». Risposta: il 20% della popolazione! (in verità sono il 4%). «Quanti sono gli immigrati?» Risposta: 30% (in realtà 7%). «Quanti i disoccupati?» Risposta: 49% (in effetti 12%). «Quanti i cittadini con più di 65 anni?». Risposta: 48% (sono il 21%, e già assorbono una fetta sproporzionata della spesa sociale).
Sono dati allarmanti. Perché la discussione pubblica italiana parte di qui: da una somma di percezioni clamorosamente sbagliate. La politica - che pure dovrebbe conoscere la situazione - non si premura di ripetere i dati corretti. Usa la nostra ignoranza, invece. Ci costruisce sopra proposte, programmi, allarmi, proteste. Immaginate Matteo Salvini che, davanti una distesa di bandiere verdi, proclama: «Gli immigrati in Italia sono solo il 7%! I musulmani il 4%!». Calma, fratelli leghisti. Non lo farà mai. Le sue fortune politiche sono costruite sull'ansia. Tutto ciò che concorre ad aumentarla è benvenuto.

Milano riempie case e negozi vuoti: 300 spazi cambiano vita e vengono assegnati ai giovani - Repubblica.it

Milano riempie case e negozi vuoti: 300 spazi cambiano vita e vengono assegnati ai giovani - Repubblica.it
Bene, avanti cosi'...

Milano riempie case e negozi vuoti: 300 spazi cambiano vita e vengono assegnati ai giovani

In via Leoncavallo 12 meno di dieci anni fa si organizzava il traffico di droga tra Milano e Palermo. Da oltre un anno è qui che l'associazione Terza settimana gestisce il primo social market della città, con pane e latte a prezzi scontati, se non gratis per chi ha serie difficoltà economiche. I passaggi: un bene confiscato alla mafia, convertito al sociale dal Comune una volta che ne ha potuto disporre, una nuova vita. Welfare ma anche cultura. In via Val Trompia 45, a Quarto Oggiaro, in uno spazio vuoto è nato Fabriq, un incubatore dedicato all'innovazione, con 15 start up, dietro ciascuna un'idea imprenditoriale da coltivare.

È la strada della rinascita degli spazi pubblici della città: dall'inizio del mandato, in tre anni, la giunta Pisapia ha riassegnato oltre 300 sue proprietà ad associazioni già strutturate ma anche a piccole cooperative di varia natura. Erano edifici vuoti o dismessi, ora sono già vivi o con un progetto avviato da sviluppare. Il percorso non è ancora finito, la strada è lunga. Ci sono grandi ferite da risanare, le Scuderie De Montel a San Siro e l'ex Marchiondi a Baggio sono solo due casi di un futuro che oggi, difficilmente, si intravede. Ma l'obiettivo è ambizioso: entro la fine del mandato l'amministrazione punta a completare la missione riempiendo di idee e persone le altre decine di luoghi ancora senz'anima della città.

La politica negli ultimi anni in questo settore si è evoluta. Una necessità per andare incontro alla fame di spazi che in città è un'esigenza insaziabile. Così, si sono cambiati approccio e regole: si punta meno sull'anzianità delle associazioni che si fanno avanti e più sul progetto che c'è dietro, e che deve tenere conto della storia di quel luogo, delle necessità di chi lo vive, dei progetti sociali o turistici che possono trovare lì una casa. E ancora dove si può si abbattono gli affitti, chi ristruttura spesso non paga il canone per un certo periodo, ci sono regole più semplici con bandi aperti spesso anche alle associazioni ancora in fase di costituzione. E la risposta della città è stata talvolta entusiasta. Al bando 'Fatevi spazio', che assegna 23 locali ad associazioni, chiuso da poco, le proposte arrivate sono state 130 e 650 i sopralluoghi effettuati. Segno che un interesse della città, da intercettare, c'è.

Dopo mesi di lavoro tra vari assessorati comunali, oggi la mappa degli spazi comunali disponibili con i relativi piani di riutilizzo è pronta, il Comune l'ha pubblicata online. Ci sono i 45 progetti socioculturali (che con 'Fatevi Spazio' saranno 70), come il primo albergo sociale nell'ex scuola di via Mambretti e la Casa dei diritti di via De Amicis. Ci sono i 100 beni confiscati alle mafie, trasferiti dallo Stato al Comune, che stanno riaprendo gradualmente. E poi la novità di start up e incubatori, realtà sorte da bandi come 'Risorse in periferia' e 'Tira su la clèr', che hanno dato un indirizzo e risorse a nuove aziende aperte in periferia, col doppio intento di riaprire le porte a strutture dimenticate e di rivitalizzare i quartieri più decentrati.

Anche con le cascine l'assessorato all'Urbanistica sta provando una strada simile, promuovendo il recupero di quelle più storiche come la Monluè, sede oggi di attività culturali e di accoglienza. E ancora sono promossi gli spazi di socialità per i quartieri, punti di ritrovo per i residenti delle zone popolari. Anche il verde è un futuro possibile: tra i giardini condivisi che hanno preso il posto del nulla ci sono quello dedicato a Lea Garofalo a Porta Volta o l'Isola Pepe Verde.

La nuova vita può anche essere a tempo determinato. Uno degli esempi più significativi del riuso temporaneo è la Palazzina 7 in viale Molise 68, oggi ciclofficina. Poi ci sono negozi comunali vuoti, rinati spesso in librerie a canone agevolato, oltre a 40 recuperi già avviati. Ma la rinascita non è finita: «La caccia agli spazi prosegue e man mano che si trovano immobili liberi cerchiamo di assegnarli — dice l'assessore al Demanio, Daniela Benelli — dietro ogni caso c'è un grande lavoro, il bando, sopralluoghi, le proposte, i controlli. La nostra missione prosegue e contiamo di arrivare a fine mandato riempiendo tutti gli spazi pubblici oggi ancora vuoti».



21.10.14

Nuraghi e altopiano, l'altra Sardegna - Pagina 1 | Repubblica Viaggi

Nuraghi e altopiano, l'altra Sardegna - Pagina 1 | Repubblica Viaggi

Nuraghi e altopiano, l'altra Sardegna

Una Sardegna fuori dalle rotte turistiche balneari, interessante da scoprire nella potenza della sua storia millenaria conservata tra colline mioceniche e solitari altipiani di basalto, tra nuraghi e castelli, nella parte centro meridionale della regione.

Atterrati  a Cagliari, si prende la statale 131 fino al bivio per Barumini al km 40,900. Siamo in Marmilla, tra la piana del Campidano centrale, il versante settentrionale del Monte Arci, quello nord-orientale della Giara e la Trexenta. Il nome sembra che derivi dalla forma del colle di Las Plassas. Gramsci nacque da queste parti, esattamente ad Ales, che ora si trova, nella geografia della recente Provincia del Medio Campidano, in Alta Marmilla. Giusto il tempo di orientarsi con il  confine della Bassa Marmilla (la linea che separava la Provincia di Cagliari da quella di Oristano) ed ecco che, ad un chilometro  da Barumini, sulla strada per Tulli, si svela la bellezza di Su Nuraxi, dal 1997 Patrimonio Mondiale Unesco.

Quando l'archeologo Giovanni Lilliu lo scoprii nel corso degli anni '40-'50, quasi nessuno badava a quello che per molti era solo un cumulo di pietre. Lilliu andava lì a giocare, da bambino, e a scoprire ed immaginare cosa poteva essere nascosto sotto i suoi piedi: un maestoso nuraghe circondato da un ampio villaggio che racconta di una civiltà sviluppatasi in Sardegna lungo un arco cronologico di circa 1000 anni (1500-500 a.C). Nella fondazione a lui dedicata, tra i suoi appunti, troviamo un passaggio che racconta bene la sua straordinaria esperienza: "Una domanda mi viene sovente: come e perché io, nato tra gli umori della campagna in una famiglia portata per necessità alla concretezza della vita e del lavoro, sia potuto finire nell'incanto dell'archeologica. Una professione non comune che i miei mannus, se oggi non dormissero nel piccolo cimitero di Barumini tra gli olivi di Paiolu, e se fossero invece presenti, non avrebbero capito e forse avrebbero contrastato, con i piedi per terra com'erano". E, più avanti, quella che a noi appare come una risposta: "Il momento dello scavo è il momento magico ..via via che si scende nei diversi e successivi livelli è come se ci si calasse progressivamente, di piano in piano, nel cuore più profondo dei tempi lontani. Ogni manciata di terra che leva la pala o la mano, col suo carico di reperti, è come un incantesimo di resurrezione, una spora delle origini riconsegnata alla posterità per riconsiderarla, riparteciparla, riviverla, a dimostrazione che il cosmo è una continuità e che la rottura - la morte del mondo - è solo apparenza". Su Nuraxi conobbe vita dal 1600 a.C. circa, fino al III secolo d.C., in piena età romana. Ora è curato dalla Fondazione Barumini Sistema Cultura, che riesce a dare lavoro con l'arte e con la cultura a tanti giovani che, senza il genio di Lilliu, probabilmente ora sarebbero fuori dalla Sardegna. Per motivi di sicurezza, nel sito archeologico si può entrare solo attraverso una visita guidata (il biglietto d'ingresso è di 7,00 Euro l'intero; 5,00 Euro il ridotto per minori di 18 anni e nel prezzo).


In Sardegna fino ad ora sono stati censiti oltre 7000 nuraghi costruiti tra il Bronzo Medio e il Bronzo Recente con funzione strettamente militare. Una trentina sono nel territorio di Barumini e "Su Nuraxi" risulta ancora il più rappresentativo tra quelli che potrebbero essere definiti come castelli di tremila anni fa, vissuti fino all'età  del Ferro e talvolta anche dalle popolazioni che subentrate a quella nuragica. Su Nuraxi ha cinque torri: una centrale, chiamata anche Mastio, e quattro laterali che chiudevano un cortile interno, dotato di un pozzo con una sorgente tutt'ora esistente. Attorno al nuraghe esisteva, si presume da circa il  1600 a.C. fino al 1200 a.C., un primitivo antemurale con tre torri, probabilmente con palizzate di legno. In seguito ad una grande ristrutturazione, il nuraghe fu poi ridisegnato con una massiccia muratura e fu anche spostato l'ingresso dal lato sud al lato ovest, non più al livello del terreno ma a diversi metri di altezza e furono aggiunte altre quattro torri (in totale, sette) fino ad arrivare all'attuale aspetto. Tra il Bronzo Tardo e il Bronzo Recente l'area fu abbandonata ma pare che intorno X secolo sia stata di nuovo abitata, come dimostrano le capanne sia nell'area circostante che nella zona dell'antico antemurale. Interessanti le case databili all'inizio dell'età del Ferro, cioè ai secoli IX, VIII e VII, con la loro pianta incentrata su un cortile centrale su cui si affacciano varie stanze (in alcuni casi il forno è ancora riconoscibile) e ambienti circolari con al centro un grande bacino di pietra. Tra tutte, la capanna delle riunioni, a perimetro circolare, con piccole nicchie sulle pareti.

A proposito di castelli, l'unico visitabile degli 88 presenti sull'isola è il castello di Sanluri. Eretto nel 1197 al confine del Giudicato d'Arborea (nel periodo medievale la Sardegna era divisa in quattro regni chiamati "Giudicati") fu, sotto occupazione aragonese, dimora feudale del visconte di Sanluri per volontà di Pietro IV d'Aragona. Il castello passò poi ai De Sena, ai Castelvi e, nel 1925, agli Aymerich. Abbandonato nella metà dell'800, fu acquistato da un generale, il conte Nino Villa Santa che lo restaurò. La proprietà oggi è degli eredi, i conti di Villa Santa, che ne hanno fatto un prezioso museo diviso in quattro ale: al piano terra, il salone delle milizie ospita il Museo Risorgimentale che espone armi, equipaggiamenti e bandiere, donati nel 1927 da Emmanuele Filiberto di Savoia Duca d'Aosta all'amico Nino Villa Santa. Straordinari cimeli e documenti delle due guerre mondiali, delle campagne d'Africa e del fascismo, sempre a piano terra: il tricolore della Vittoria, che dalla torre di San Giusto consacrò Trieste all' Italia il 3 novembre 1918, e il bollettino della Vittoria, originale Sottoscritto dal Maresciallo d' Italia Armando Diaz. Salendo, ecco nella terza ala la più grande raccolta di cere d'Europa: più di trecento pezzi con ritratti,  sculture di ogni genere, realizzati in una cera particolare da artisti tra il cinquecento e l' ottocento, anche bozzetti di monumenti, altri cammei. La quarta ala conserva invece mobili, arredi, dipinti e sculture che spaziano dal Rinascimento al Risorgimento. Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19.30 (info: castellodisanluri11@tiscali.it). (20 ottobre 2014)



5.10.14

Cinquanta chili d'oro | Vittorio Pavoncello

Cinquanta chili d'oro | Vittorio Pavoncello

Cinquanta chili d'oro

Sucessivamente all'8 settembre, data dell'armistizio del Maresciallo Badoglio con le truppe anglo americane, la forza di occupazione nazista, lasciò in parte tranquilla la popolazione ebraica in Italia.
L'allora Presidente della Comunità Israelitica di Roma,Ugo Foà, si era convinto che, forse per la vicinanza con il Vaticano, i nazisti non avrebbero deportato gli ebrei romani, verso i campi di sterminio, come stavano facendo in tutte le altre nazioni conquistate.

La mattina del 26 settembre 1943, invece, lo stesso Foà, insieme al Presidente delle Comunità Israelitiche italiane, Dante Almansi, furono convocati a Villa Wolkonsky, sede del comando nazista, per comunicazioni dal Comandante della Polizia tedesca a Roma, Herbert Kappler.

Saltando i convenevoli, Kappler, brutalmente, disse ai due esponenti della Comunità ebraica che i peggiori nemici contro i quali il popolo tedesco stava combattendo erano gli ebrei, che non avevano bisogno delle loro vite, ne' di quelle dei loro figli. Avevano bisogno di oro: 50 chili d'oro altrimenti 200 ebrei romani, sarebbero stati deportati in Germania.

Diede loro 36 ore per trovare l'oro, che poteva essere sostituito da sterline o dollari, ma non da lire, perché avrebbero potuto stamparne quante ne volevano. Foà ed Almansi provarono a far abbassare le pretese naziste, inutilmente.

Convocarono una riunione con gli iscritti più influenti e, seppur convinti che mai avrebbero raggiunto il peso richiesto, cominciarono a raccogliere oro. La Comunità allora non era certamente ricca, era stata colpita da una guerra devastante e dalle Leggi razziali. Da qui il pessimismo.

Gli oggetti raccolti avevano, certamente, un valore affettivo superiore a quello commerciale, trattandosi, nella maggioranza, di cari ricordi di famiglia. La stessa Santa Sede, venuta a conoscenza del ricatto nazista, fece sapere, ufficiosamente, che se la Comunità non fosse riuscita a raggiungere, entro il termine stabilito, l'oro richiesto, avrebbe provveduto, mettendo a disposizione la differenza che sarebbe stata poi, rimborsata, quando la Comunità ebraica fosse stata in grado di farlo.

Nonostante il pessimismo, la Comunità riuscì a raccogliere oltre i 50 chili d'oro. Per evitare contestazioni, da parte della polizia tedesca, alle operazioni di peso, in Via Tasso, i dirigenti comunitari portarono 300 grammi in più.

Non fu Kappler a presenziare alle operazioni di peso, bensì il Capitano Schutz che, in sostituzione del comandante, con fare arrogante e sprezzante, diede inizio alla pesatura.

Una sola bilancia per massimo 5 chili. Dieci pesate, cinquanta chili. Ma non per il capitano Schutz. Per lui le pesate erano nove, per 45 chili d'oro e non avrebbe consentito la ripetizione dell'operazione, decretando il fallimento della raccolta.

Soltanto la grande insistenza dei due presidenti, insieme alla presenza di alcuni ufficiali italiani, tra cui il Commissario Cappa, chiamati dalla comunità ebraica a testimoniare, convinsero Schutz ad effettuare una nuova pesatura, che confermò il traguardo dei 50 chili d'oro, nei tempi stabiliti.

Chiesero, i rappresentanti ebrei, il rilascio di una ricevuta per l'avvenuta consegna, ma l'ufficiale nazista, sdegnosamente, si rifiutò. L'oro prese immediatamente la via di Berlino, verso il capo dell'ufficio centrale per la sicurezza, Generale Kaltenbrunner.

Come tutti sanno, la raccolta dell'oro fu soltanto un rinvio della deportazione degli ebrei romani verso la Germania e Polonia, verso i Campi di sterminio. Il 14 ottobre successivo, Kappler fece saccheggiare le due biblioteche della Comunità ebraica, con volumi dall'altissimo valore culturale e storico, sequestrarono gli elenchi completi degli iscritti alla comunità, nomi, indirizzi.

Tutto il necessario per catturare gli ebrei in città, avvalendosi della collaborazione dei fascisti, fedeli all'alleato nazista. All'alba di sabato 16 ottobre 1943, centinaia di soldati nazisti, circondarono il Ghetto di Roma, rastrellarono e deportarono 1.259 ebrei romani.

Si raccomandò, Kappler, in un telegramma inviato a Hoess, comandante del campo di sterminio di Auschwitz, dove gli annunciava l'arrivo, da Roma, di oltre 1.000 ebrei di fargli avere un trattamento " speciale", dove per speciale si intendeva l'eliminazione fisica.

Alla raccolta dell'oro parteciparono anche molti non ebrei, gente comune soprattutto, uno slancio di generosità, nei confronti di quei fratelli, concittadini, oggetto di tale vessazione da parte dei nazisti. Oltre alla gente comune, solidale con i fratelli ebrei romani, un personaggio, molto famoso a Roma.
Romolo Balzani.

Romolo Balzani era il più famoso cantante romano dell'epoca. Di umili origini nacque presso Campo de Fiori, padre cavallaro e poi vetturino, mamma trasteverina, dopo qualche tempo si trasferirono in Trastevere.

Una passione innata per il canto e per il fiume Tevere. Canzoni immortali come Barcarolo romano o L'eco der core, Pè lungotevere. Quando partì la raccolta e venutone a conoscenza, volle regalare ai suoi amici ebrei, l'unica cosa di valore che il padre gli avesse lasciato e che custodiva gelosamente: un anello d'oro.

Famosa la scena, impressa nella memoria di decine di ebrei romani presenti, dove Romolo Balzani, uscendo dagli uffici della comunità ebraica di Roma, intona la canzone, poi diventata un inno: "chi crede che c'ha l'oro sia un signore, l'oro per me non conta, conta er core".

Sarebbe giusto e bello ricordare questo episodio, a future memorie e generazioni, per ricordare la generosità dei romani, la solidarietà verso gli ebrei da parte di amici veri.

Per questo motivo, propongo al Sindaco di Roma, Ignazio Marino e al Presidente della Cer, Riccardo Pacifici, di apporre una targa in memoria e in onore di Romolo Balzani, negli uffici della Cer. Perché il suo gesto non vada dimenticato, per non dimenticare, mai.

Una bella storia, romana, di solidarietà.

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20 settembre

20 settembre |

20 settembre 

Le riserve della Banca d'Italia ammontano a 119 tonnellate d'oro in lingotti e monete. Oggi la Germania ne ha chiesto la consegna e inutilmente il governatore Azzolini ha cercato di nasconderne una parte.

   Nel primo pomeriggio di oggi il console generale tedesco Eitel Fredrich Möllhausen si è recato a Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia, e ha  ordinato al governatore Vincenzo Azzolini la consegna di tutte riserve auree custodite. Il console era accompagnato dal tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma.

Il governatore ha tergiversato: non poteva prendere da solo una decisione del genere, doveva riunire il direttorio della banca. Azzolini è minacciato di morte se non consegna immediatamente l'oro. Interviene in sua difesa il generale Carlo Calvi di Bergolo, governatore di Roma dal 10 settembre in base agli accordi tra Kesserling e Caviglia, che gli ordina di consegnare tutto l'oro. Azzolini convoca tuttavia il direttorio, ma il direttorio approva all'unanimità la consegna ai tedeschi delle riserve auree ed il loro trasferimento a Milano.(1)

Con alcuni autocarri sono così trasferite da Möllhausen a Villa Wolkonsky, sede dell'ambasciata tedesca (2), le 119 tonnellate d'oro suddivise in 626 cassette (i lingotti) e 543 sacche di tela grezza (le monete).

Nei giorni precedenti Azzolini, avuto sentore delle mire dei tedeschi, ha cercato di nascondere parte dell'oro all'interno della banca, in una intercapedine dietro il "caveau". L'idea è venuta al cassiere centrale Fabio Urbini, che ne ha parlato con il vice direttore generale Niccolò Introna; questi l'ha proposto ad Azzolini e Azzolini l'ha approvato sia pure con qualche titubanza. La notte scorsa 52 tonnellate d'oro delle 119 sono state nascoste nell'intercapedine, la porta d'accesso murata e con una serie di potenti ventilatori e forti lampade elettriche l'intonaco è stato asciugato in modo da farlo sembrare vecchio. È stata preparata anche una falsa documentazione contabile: le 52 tonnellate d'oro sono state trasferite il 19 dicembre 1942 alla filiale di Potenza.

Stamani è arrivata la richiesta ufficiale da parte dell'ambasciata tedesca di avere l'oro. Tramite è stato il commissario straordinario alle finanze, cioè il facente funzione di ministro di un governo che non c'è, Ettore Cambi. I tedeschi sono in possesso di documenti che attestano la quantità esatta dell'oro custodita nella Banca d'Italia. Il nascondiglio è scoperto, in fretta e furia sgomberato e l'oro rimesso al suo posto.

Sulla destinazione finale dell'oro l'alta dirigenza nazista è incerta. Fra le varie tesi ne prevalgono due: quella di Hermann Göring, comandante il capo della Luftwaffe e coordinatore dello sfruttamento economico dei paesi occupati, che propone di trasferire l'oro a Berlino considerandolo bottino di guerra. L'altra tesi, che risulterà vincente, è quella di Rahn: trasferire l'oro alla filiale di Milano della Banca d'Italia. L'oro, pur essendo sotto controllo tedesco, sarebbe così a disposizione di Mussolini che potrebbe usarlo per contribuire alle ingenti spese belliche. Per seguire le vicende dell'oro Walter Funk,  ministro dell'economia e presidente della Deutsche Reichsbank, la banca centrale tedesca, invierà in Italia Maximilian Bernhuber, un alto dirigente militarizzato.

Da Villa Wolkonski l'oro sarà  trasferita alla filiale della Banca d'Italia di Milano per ferrovia in due spedizioni, la prima dopodomani 22 settembre e la seconda il 28. Il direttore della filiale ottiene una delle chiavi necessarie per aprire il "caveau". Il 13 dicembre il ministro delle finanze della Repubblica sociale Domenico Pellegrini Giampietro, adducendo ragioni di sicurezza, ordinerà di trasferire l'oro da Milano a Fortezza in val d'Isarco, una zona sotto la giurisdizione dell'Alpenvorland (3), la regione praticamente già annessa alla Germania. L'operazione  sarà eseguita il 16 dicembre. Della decisione di Pellegrini, Azzolini ne è informato da  Bernhuber. A Fortezza  l'oro è collocato in una caverna sottostante un forte militare tedesco.

In dicembre la Banca d'Italia  verrà trasferita da Roma a Moltrasio sul lago di Como. Azzolini riuscirà a trasferire da Roma soltanto 105 dipendenti su 1200, richiamandosi a difficoltà logistiche. Continuerà a fare la spola con Roma, dove è rimasto il vice direttore generale Introna.

Il 5 febbraio dell'anno prossimo tra i governi della Germania e della Rsi si giungerà a un accordo, l'"accordo di Fasano del Garda", come sarà chiamato dal luogo in cui ha sede l'ambasciata tedesca: l'Italia avrebbe contribuito alle spese militari con parte dell'oro della Banca d'Italia, fino a quel momento ancora integro.

Il 29 febbraio cinquanta tonnellate d'oro verranno trasferite per ferrovia da Fortezza a Berlino alla Deutsche Reichsbank con l'avallo del ministro delle finanze Pellegrini, che nel frattempo ha nominato commissario straordinario della Banca d'Italia Giovanni Orfera. Una seconda spedizione d'oro (21 tonnellate) in Germania avverrà nel mese di ottobre. In totale saranno quindi trasferite in Germania presso la Banca centrale tedesca 71 della 119 tonnellate d'oro.

Il 20 aprile la Banca d'Italia con il consenso tedesco invierà 23 tonnellate d'oro in Svizzera, in adempimento di obblighi precedentemente assunti dall'Italia nei confronti della Banca dei regolamenti internazionali e della Banca nazionale svizzera. In totale escono da Fortezza 94 tonnellate d'oro su 119. Ne restano 25.

Alla fine di aprile dell'anno prossimo Vincenzo  Azzolini è a Roma e si nasconderà attendendo l'arrivo degli alleati. Gli alleati arriveranno i primi di giugno e il primo agosto Azzolini sarà arrestato per ordine dell'"Alto Commissario aggiunto per la punizione dei delitti del fascismo", Mario Berlinguer, padre di Enrico il futuro segretario del Pci. Il  9 ottobre comincerà  il processo;  pubblico ministero è Sinibaldo Tino, fratello del futuro presidente di Mediobanca, Adolfo. A rappresentare la Banca d'Italia come parte civile sarà invece il settantacinquenne  Niccolò Introna, nominato commissario dell'istituto alla liberazione di Roma.

Il processo si concluderà con la condanna del governatore a 30 anni di reclusione. Azzolini rimarrà in carcere quasi due anni; sarà scarcerato nel settembre del 1946 in seguito all'amnistia voluta da Togliatti. Nel febbraio 1948 la Corte di Cassazione annullerà la sentenza di primo grado, perché il fatto non costituiva reato. Azzolini morirà a 85 anni nel 1967.  (4)

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(1) Sandro Gerbi sul "Corriere della sera" del 13 ottobre 1994 ha così ricostruito il "processo dell'oro" svoltosi cinquant'anni prima, imputato il governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini: "L'Alta Corte di Giustizia entrò senza preamboli nella settecentesca sala riunioni dell'Accademia dei Lincei, al secondo piano di Palazzo Corsini. Erano le 12,35 di sabato 14 ottobre 1944. Vincenzo Azzolini, quasi sessantatre anni, da tredici governatore della Banca d' Italia, attendeva in piedi, le mani appoggiate sul tavolo, pallido, ma calmo. Bazza larga, da prelato, capelli grigi, baffetti a fior di labbra, occhiali a stanghetta e, all'occhiello, il distintivo di una medaglia d' argento, sapeva di rischiare la vita. L'imputazione era infatti gravissima. Pendeva su di lui l'accusa di aver 'posteriormente all'8 settembre 1943 in Roma collaborato con il tedesco invasore, facendo al medesimo la consegna della riserva aurea della Banca d' Italia'. Ed il clima politico sociale non gli era certo favorevole, con una popolazione ancora dolente e bramosa di vendetta per le ferite dell'occupazione nazista. Nel silenzio e nella trepidazione generali, sotto la spada di Damocle della pena capitale, il presidente Lorenzo Maroni – a sua volta da ambienti di destra indicato come cripto fascista – diede lettura del verdetto: con le attenuanti generiche, trent'anni di reclusione. Alle 12.36 era tutto finito. L'imputato veniva trasferito a Regina Coeli e di lì al reclusorio di Procida.

"L'episodio è oggi dimenticato, ma a quei tempi il governatore Azzolini era un personaggio assai noto, non foss'altro perché la sua firma compariva su tutte le banconote del Regno. Era uno dei grandi 'commis' dello Stato, con alle spalle un 'cursus honorum' importante. Nato a Napoli nel 1881, si era qui laureato in giurisprudenza, con una tesi in scienza delle finanze (relatore Francesco Saverio Nitti). L'economista Giorgio Mortara lo ricorda come un ragazzo "molto serio e studioso, ma, al contrario di certi sgobboni, simpatico perché buono, modesto e sempre pronto al sorriso". Entrato nel 1905 al ministero del tesoro, aveva percorso tutti i gradi della carriera fino ad essere nominato direttore generale nel 1927, su proposta dell'allora ministro Giuseppe Volpi di Misurata. Un anno dopo fu chiamato alla direzione generale della Banca d' Italia – sotto il mitico governatore Bonaldo Stringher – scavalcando candidati interni come il vicedirettore generale Niccolò Introna. Finalmente, il 10 gennaio 1931, alla morte di Stringher, Azzolini veniva eletto governatore".

Continua Gerbi: "la sentenza suscitò notevole emozione nel mondo economico italiano. Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana, ne fu sconcertato; Diego Stringher, figlio di Bonaldo, diede addirittura le dimissioni da sindaco della Banca d' Italia; Giorgio Mortara manifestò pubblicamente la propria solidarietà; Paolo Baffi volle più tardi scrivere che 'la giustizia' poneva drammaticamente fine alla carriera di Azzolini, come l'avrebbe posta, trentacinque anni dopo, alla mia".

(2) Il terreno su cui sorge Villa Wolkonsky nei pressi di  S. Giovanni in Laterano fu donato nel 1830 da Alexander Beloselsky-Belosersky alla figlia Zenaide http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Wolkonsky che nel 1811 aveva sposato il principe Nikita Wolkonsky, aiutante di campo dello Zar Alessandro I. Alla morte dello Zar, nel 1829 Zenaide si trasferisce a Roma e ricevuto in dono dal padre il terreno incarica l'architetto romano Giovanni Azzurri di costruire una villa utilizzando anche i ruderi dell'acquedotto di Nerone che insistono sul terreno allora di undici ettari. Durante i primi anni la villa  è utilizzata dalla principessa, che la preferisce alle sue proprietà nei pressi di Fontana di Trevi, che invita nei suoi giardini le principali personalità residenti o di passaggio a Roma: Stendhal, Walter Scott,  Fenimore Cooper, Gogol, Donizetti. Morto il marito nel 1844, Zenaide abbandona la villa per dedicarsi una vita più ritirata. Alla sua morte nel 1862 è sepolta nella chiesa dei santi Anastasio e Vincenzo a Fontana di Trevi. Dopo vari passaggi di proprietà e la vendita di gran parte del terreno facente parte della villa, approfittando dello sviluppo urbano della zona, nel  1922 la villa è acquistata dal governo tedesco e diventa la residenza dell'ambasciatore. Dopo la liberazione di Roma nel 1944 il governo italiano la sequestra, tenuto conto del suo uso per scopi non-diplomatici e, finita la guerra, la definisce preda bellica. La villa fa poi parte dei beni considerati come riparazione dalla Commissione alleata di controllo. Nel 1946 l'ambasciata britannica, che si trovava a villa Torlonia a Porta Pia, è distrutta da un attentato  ebraico ed il governo italiano mette a disposizione del governo inglese villa Wolkonsky, che da allora diventa sede dell'ambasciata.

(3) v. giornata del 16 settembre

(4) Una completa ricostruzione delle vicende dell'oro è contenuta nella memoria "Vicende riguardanti l'oro depositato presso la Banca d'Italia (1943-1958)", presentata dalla Banca d'Italia alla conferenza sull' "Oro nazista", tenutasi a Londra nel dicembre 1997.

20 settembre – Di più

- Il 23 febbraio 1999 il sottosegretario al Tesoro Roberto Pinza (governo d'Alema 21 ottobre 1998 – 22 dicembre 1999), rispondendo alla Camera ad un'interrogazione dell'on. Sandro Delmastro delle Vedove, ha ricordato che il 17 maggio 1945, a conflitto terminato, le autorità militari alleate riconsegnarono al governo italiano l'oro residuo trovato a Fortezza e cioè 153 cassette e 55 sacche d'oro per un totale di 22.941,224274 chili d'oro.

"Nel 1946 – ha detto Pinza – veniva costituita, da parte dei governi americano, inglese e francese, una commissione tripartita incaricata di richiedere a ciascuno dei paesi depredati delle riserve, una valutazione delle perdite subite, per procedere poi alla restituzione pro quota dei quantitativi di oro monetario rinvenuti in Germania o che avrebbero potuto essere recuperati da un paese terzo presso il quale fossero stati trasferiti dalla Germania. Tenuto conto delle restituzioni avvenute a favore dell'Italia, l'oro non ancora recuperato si commisurava, fino al 1996, a 24.903 chilogrammi".

La commissione tripartita, nel corso del 1998, prima di sciogliersi, "ha proceduto ad un'ultima residua assegnazione dell'oro recuperato. All'Italia è spettato un quantitativo di 765 chilogrammi circa. Di conseguenza, la parte non restituita della riserva aurea si è ridotta a 24.138 chilogrammi circa. L'Italia ha, perciò, ricevuto circa il 64 per cento del totale di oro sottratto dai nazisti.

Il sottosegretario ha precisato inoltre che il governo italiano ha deciso di partecipare, nel corso del 1998, al nuovo fondo internazionale per le vittime del nazismo, conferendo al fondo stesso il controvalore della vendita alla Banca d'Italia della residua assegnazione di oro monetario. La vendita alla Banca d'Italia ha avuto luogo il 29 giugno  ed il controvalore è stato di circa 12,8 miliardi di lire.

All'atto di ricevere dalla commissione tripartita il quantitativo d'oro di 765 chilogrammi, consapevole della mancata restituzione di una quota residua di oro, il plenipotenziario italiano ha reso, in data 25 giugno 1998, una dichiarazione con la quale il Governo italiano riafferma il diritto relativo all'oro non recuperato, nel caso in cui si presentino occasioni di  recuperarlo o di ottenerne il rimborso.




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